Roma – Consentire ai giornalisti e alle organizzazioni umanitarie di entrare nei Cie, i centri dove sono rinchiusi gli immigrati in attesa di espulsione, e nei Cara, i centri per richiedenti asilo. Modificare la norma del decreto sui rimpatri dei migranti che prevede una detenzione nei Cie fino a 18 mesi. Accorciare i tempi per il riconoscimento dello status di rifugiato e pensare a forme di protezione sussidiaria temporanea per chi è fuggito dalla Libia. Sono questi gli auspici delle Acli (Associazione cattolica lavoratori italiani), espressi al SIR da Antonio Russo, responsabile nazionale per l’immigrazione dell’associazione, all’indomani delle rivolte nei Cara di Bari e Isola Capo Rizzuto. Ieri pomeriggio le Acli hanno partecipato, insieme ad altre associazioni e sindacati, ad un presidio a Roma davanti al Senato, per protestare contro il decreto sui rimpatri dei migranti, che prevede l’estensione da 60 a 180 giorni di permanenza degli immigrati nel Cie. Al presidio ha preso parte anche “LasciateCIEntrare”, la rete di movimenti e associazioni laiche e cattoliche, compreso l’Ordine e il sindacato dei giornalisti, impegnata a sensibilizzare sulle condizioni di vita degli immigrati nelle strutture di accoglienza e a garantire l’ingresso dei giornalisti nei Cei e nei Cara, vietato da una circolare ministeriale del 1° aprile 2011. Una prima manifestazione davanti ai centri sparsi per l’Italia si era svolta il 25 luglio, e si sta già pensando ad un tavolo di lavoro per iniziative future.
“Le violenze vanno sempre condannate – afferma Russo -, ma bisogna anche rendersi conto che esiste un problema serio da affrontare, altrimenti queste situazioni possono ripetersi”.
“Non volevamo essere profeti di sventura – prosegue -, ma da mesi denunciamo il fatto che nei centri per immigrati sono in aumento i casi di suicidi e le fughe. Nel centro di Bari, dove dovrebbero stare 994 persone, si è arrivati a 1400. C’è una situazione di sovraffollamento dovuta alla lentezza dell’iter burocratico per il riconoscimento dello status, nonostante siano aumentate le Commissioni territoriali. Questa situazione prima o poi doveva esplodere”. Secondo Russo “se i tempi sono troppo lunghi e il riconoscimento dello status diventa difficile, allora bisogna pensare a forme di protezione sussidiaria o ai rimpatri volontari assistiti. Non si possono lasciare persone che hanno affrontato guerra, fame, dolore e morte in quelle condizioni, con scarsa igiene e sanità”. L’auspicio delle Acli è dunque che “si valutino al più presto e attentamente le situazioni caso per caso. Perché si rischia, con questi grandi numeri di presenza, di vedere negati permessi a chi invece ne ha diritto”.
A proposito dell’estensione della permanenza nei Cie da 6 a 18 mesi Russo sottolinea che “è assolutamente fondamentale consentire l’ingresso ai giornalisti e a tutte le organizzazioni umanitarie, per garantire trasparenza e libertà dell’informazione”. Le Acli non condividono “questa politica punitiva nei confronti degli stranieri giunti nel nostro Paese a seguito della situazione nordafricana. Perché l’effetto combinato dei due provvedimenti è quello di trasformare i Centri per immigrati in moderni campi di detenzione, di fatto ‘incarcerando’ per 18 mesi persone che non si sono macchiate di alcun reato e impedendo agli operatori dell’informazione di raccontare e documentare la realtà”. “Ancora una volta – aggiunge Russo – piuttosto che attivare le forme consentite dalla direttiva europea sui rimpatri assistiti, che potrebbero agevolare il ritorno dei migranti nei Paesi d’origine con minore aggravio di risorse economiche, si sceglie la soluzione ad ‘effetto’, che risponde meglio alla logica propagandistica di confinare gli immigrati fuori dai territori, anche a costo di violare il diritto internazionale e le leggi italiane”. (SIR)



