Roma – L’Italia della crisi non ha solo un debito economico, ma anche un debito demografico da superare. E’ quanto emerge dal secondo interessante Rapporto curato dal Comitato per il Progetto culturale della CEI, dal titolo: “Il cambiamento demografico”, edito da Laterza. In questa crisi economica e demografica, tra “i fattori determinanti nel dar vita a realtà nuove sul fronte della consistenza e della struttura della popolazione, così come delle sue scelte e dei modelli che le orientano” (p. 44), il Rapporto fotografa la realtà degli immigrati e dei nuovi italiani (pp. 72-88). A partire dagli anni ’70, l’Italia ha conosciuto, quasi senza preavviso, un’inversione di tendenza nei flussi di mobilità internazionale: da terra di emigranti è sempre più diventata un importante paese di immigrazione. Al censimento del 1981 risultavano in Italia 321.000 stranieri, nel censimento del 1991 la popolazione straniera era salita a 600.000 persone, nel 2001 era già arrivata a 2 milioni: oggi è stimata in 5 milioni e 300 mila persone., con una stima di 650.000 persone regolari, ma non iscritte alle anagrafe degli 8.000 comuni e la stima di 450.000 irregolari (fonte Blangiardo 2011). Nell’ultimo quadriennio mediamente gli stranieri che annualmente hanno trovato residenza in Italia sono stati 400.000, anche se nel 2010, in tempo di crisi, il saldo netto dell’arrivo degli stranieri rispetto al periodo pre-crisi è stato di 100.000 unità in meno. All’aumento del numero degli immigrati in Italia si è accompagnata la trasformazione dell’immigrazione straniera: da forza lavoro a famiglie, da ospiti a familiari. In linea con questa trasformazione familiare dell’immigrazione, in poco meno di un decennio i minori sono più che triplicati, passando da 284.000 nel 2001 al milione del 2011, di cui più della metà nati in Italia. Anche la frequenza annua dei nati in Italia è aumentata passando da meno 10.000 degli anni ’90 ai 30.000 nel 2001 fino a raggiungere i 78.000 nel 2010. I dati sull’immigrazione familiare del Rapporto dimostrano come essa offra un “contributo…certamente importante per dare vitalità alla demografia del nostro Paese”, anche se “è illusorio ritenere risolutivo al fine di invertire la tendenza al calo della natalità in Italia” (pp.77-78). Rimane, comunque, sempre più importante nel modello sociale italiano la realtà della ‘famiglia immigrata’, con il passaggio da forme mononucleari a famiglie con figli, in seguito ai sempre più numerosi ricongiungimenti familiari. Come rimane indubbia la differenza di comportamento della famiglia italiana e della famiglia immigrata, in relazione alla natalità. Gli immigrati a fronte di 78.000 nascite hanno visto 5.000 decessi; gli italiani hanno visto un saldo negativo tra nascite e morti di 103.000 unità. Alla luce delle dinamiche sociali in atto, le previsioni relative alla popolazione residente in Italia segnalano il passaggio dai 60,3 milioni al 1 gennaio 2010 ai 62,3 del 2030, ma sottolineano come la crescita sarà “unicamente per effetto del contributo della componente straniera”(p.83). Città e comunità ecclesiale non possono non guardare con interesse a questa famiglia immigrata che sta rinnovando la nostra vita e la vita del Pese, dell’Europa. Oggi e negli anni futuri.



