Roma – È una miscela di attesa, preoccupazione e silenziosa speranza quella che agita gli animi dei familiari degli undici marittimi italiani ancora nelle mani dei pirati somali. Da otto mesi durano infatti le sofferenze di tre campani, un laziale e un friulano sequestrati – insieme a 17 marinai indiani – l’8 febbraio a bordo della petroliera Savina Caylyn, ai quali si sono aggiunti il 21 aprile altri sei nostri connazionali (quattro campani e due siciliani) trattenuti dopo l’assalto alla nave cargo Rosalia D’Amato. Un mese fa i familiari degli undici rapiti, insieme ad altre centinaia di amici e conoscenti, erano arrivati fino a Roma, per manifestare davanti a Montecitorio tutto lo sconforto e la rabbia per la situazione dei propri cari, chiedendo a gran voce al governo di escogitare una decisione, un intervento, una pensata qualsiasi per salvare la vita agli ostaggi. Da ieri, dopo la notizia della liberazione dell’equipaggio della Montecristo, in molti di loro si è riaccesa la speranza di un esito positivo al calvario dei propri cari, ma nessuno, fosse anche solo per scaramanzia, vuole dare voce a quell’aspettativa. Ad una chance di incontro fra le richieste dei pirati e le offerte dell’armatore accenna brevemente Adriano Bon, padre di Eugenio, primo ufficiale di coperta della Savina Caylyn, sequestrato insieme al comandante Giuseppe Lubrano Lavadera, al direttore di macchina Antonio Verrecchia di Gaeta, al terzo ufficiale di coperta Crescenzo Guardascione, di Procida, e all’allievo di coperta Gianmaria Cesaro di Piano di Sorrento. Papà Adriano, insieme alla moglie, vuole sperare che le trattative vadano a buon fine: “L’armatore, la compagnia D’Amato, ha detto che le fasi finali della trattativa sono attivate, ma non si conoscono i tempi. Noi parenti continuiamo a rispettare il silenzio stampa in attesa di una soluzione positiva”. E una risposta garbata, dello stesso tenore, giunge da Nunzia Nappa, moglie del comandante della Savina Caylyn, Giuseppe Lubrano Lavadera. “Servono cautela e silenzio”, chiede Nunzia con cortesia e, insieme, con fermezza. È stata lei, una ventina di giorni fa, a ricevere l’ultima drammatica telefonata dalla nave. (V. Spagnolo – Avvenire)



