Roma – A livello mondiale, negli ultimi dieci anni i migranti sono aumentati di 64 milioni di unità e secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni sono attualmente 214 milioni (4,2 milioni dei quali sono italiani). I flussi di migranti hanno sfiorato i 6 milioni di unità l’anno e, seppure rallentati nell’attuale fase di recessione, secondo le previsioni dell’Ocse acquisteranno nuovo dinamismo con la ripresa economica. Sono alcuni dati presentati oggi dal Dossier Statistico Immigrazione redatto dalla Caritas Italiana, dalla Fondazione Migrantes e dalla Caritas di Roma.
Notevole è anche il numero dei giovani che studiano in un paese estero (3,7 milioni), per ben un sesto cinesi. L’UNHCR attesta che nel 2010 sono state 43,7 milioni le persone in fuga; 15,4 milioni sono stati i rifugiati (4 su 10 nei Pvs) e 850mila i richiedenti asilo, con gli Stati Uniti (55.530 domande), la Francia (47.800) e la Germania (41.330) come primi paesi di accoglienza. In Italia le 10mila domande d’asilo del 2010 risultano dimezzate rispetto all’anno precedente a seguito dei respingimenti in mare previsti dall’accordo italo-libico del 2009. Tuttavia nel 2011, con la ripresa degli sbarchi (oltre 60mila fino al mese di settembre), si è riproposta la necessità di pervenire a un sistema in grado di accogliere i richiedenti asilo anche in caso di eventi straordinari.
Nei paesi in via di sviluppo la forte crescita economica dell’ultimo decennio (+13,4% solo nel 2010) ha sottratto mezzo miliardo di persone alla povertà estrema, che tuttora ne coinvolge un altro miliardo e mezzo. Permane l’enorme sproporzione territoriale del reddito pro capite: 33.400 dollari nel Nord del mondo e 6.200 nel Sud. In prospettiva, la diminuzione della popolazione in età lavorativa, che influisce sull’attrazione dei flussi migratori, continuerà in Europa e si farà sentire anche in Asia, un continente finora quasi esclusivamente fornitore di manodopera, dove, in particolare, le Filippine continueranno a essere un paese di emigrazione (così come lo sarà tutta l’Africa a seguito della forte espansione demografica) mentre la Cina diventerà il principale polo di attrazione dei flussi, seguita dal Giappone, dalla Corea del Sud e da altri paesi.
L’Unione Europea, il cui tasso di fecondità è pressoché dimezzato rispetto al 1952 (quando era di 2,6 figli per donna), si conferma come una forte area di immigrazione, con il coinvolgimento anche dei nuovi paesi: ad esempio in Polonia, nel 2011, è stata decisa la regolarizzazione di circa 300mila non comunitari. Nell’UE a 27, a fine 2009, erano 32,5 milioni i residenti con cittadinanza straniera (incidenza del 6,5% sulla popolazione) e 14,8 milioni quelli nati all’estero ma diventati cittadini del paese in cui vivono, per cui quasi un decimo della popolazione non ha un’origine autoctona. I casi di acquisizione di cittadinanza nella UE sono stati 776mila nel 2009, più di 2mila al giorno. I lavoratori immigrati, funzionali alle esigenze produttive dei paesi di insediamento, al momento pagano più duramente gli effetti della crisi e vengono sottoposti a restrizioni normative che hanno ripercussioni anche sulla libera circolazione dei comunitari.
In Italia nel 1861 –affermano i ricercatori – anno dell’Unità, su 22.182.000 residenti gli stranieri erano 89mila, appena uno 1 ogni 250 (incidenza dello 0,4%) e rivestivano posizioni socio-occupazionali ragguardevoli. A differenza della Francia, interessata a contrastare il calo demografico con una decisa politica di insediamento e di naturalizzazione, e della Germania, bisognosa di sostenere il suo sviluppo con l’arrivo di polacchi e di italiani, per l’Italia iniziava il periodo della grande emigrazione, durata più di un secolo con ben 30 milioni di espatri.
Nel 1951, anno del primo censimento del Dopoguerra, gli stranieri erano 130mila su 47.516.000 residenti, e superarono l’incidenza dell’1% solo nel 1991 (625 mila su 56.778.000 residenti). Da allora, in Italia è iniziata la fase della grande immigrazione, che ha superato 1 milione di unità solo nel 2001 (1.334.889). Al 31 dicembre 2010, su 60.626.442 residenti nel Paese, i 4.570.317 stranieri (per il 51,8% donne) incidono sulla popolazione per il 7,5% (52 volte di più rispetto al 1861) ed esercitano un ruolo rilevante nel supplire alle carenze strutturali a livello demografico e occupazionale. Nell’ultimo anno l’aumento, nonostante la crisi, è stato di 335.258 unità, al netto delle oltre 100mila cancellazioni dall’anagrafe (di cui 33mila per trasferimento all’estero e 74mila per irreperibilità) e dei 66mila casi di acquisizione di cittadinanza. Ai residenti, secondo la stima del Dossier, bisogna aggiungere oltre 400mila persone regolarmente presenti ma non ancora registrate in anagrafe, per una stima totale di 4.968.000 persone. Può sorprendere che il numero degli immigrati regolari sia quasi uguale a quello dello scorso anno, ma non deve sfuggire che le nuove presenze sono state oltre mezzo milione, tra regolarizzati e nuovi venuti, a fronte di altrettanti immigrati la cui autorizzazione al soggiorno è venuta a cessare, a prescindere dal fatto che siano rimpatriati o siano scivolati nell’irregolarità.
Questa rotazione deve indurre a riflettere sugli effetti pesantemente negativi della precarietà dei titoli di soggiorno e sulle modifiche normative necessarie per porvi rimedio. La ripartizione territoriale degli immigrati in Italia è la seguente: Nord Ovest 35,0%; Nord Est 26,3%; Centro 25,2%; Sud e Isole 13,5%.



