Italia, guarda i tuoi migranti. ora come allora

Mazara del Vallo – Italia, guardali. Guardali in faccia. Sono i figli che non sei riuscita a crescere. Sono i talenti che hai sprecato, negandogli un futuro. Quelli a cui non sei riuscita ad assicurare un piatto di minestra e la dignità di un lavoro. Si chiamano Rita, Nicola, Franca e Maria. Parlano la tua lingua. Conoscono la tua tradizione. Celebrano i tuoi riti. Cucinano la pasta e i pani di San Giuseppe. Sono i figli degli italiani emigrati in Tunisia tra la fine dell’Ottocento e gli albori del Novecento. Sono quella forza lavoro che, salpando dal porto di Trapani, ha cercato fortuna attraversando il Mediterraneo. L’unica speranza: una vita degna. Un lavoro che non li mortificasse quanto la disoccupazione. Un lavoro che li sfamasse. E che desse loro l’opportunità di sposarsi, costruire casa e metter su famiglia. Hanno fatto i sarti, gli agricoltori, i carrozzieri. E hanno vissuto tutta una vita chiedendosi che aspetto avesse la “Patria negata”. La immaginavano. La costruivano, come un puzzle, attraverso le cartoline portate dai preti italiani nella diocesi di Tunisi e, da qualche decennio, attraverso la Rai. E quella Patria come li ha ricambiati? Ignorandoli quasi. Lasciandoli a se stessi. Sono circa 60 gli italiani indigenti in Tunisia. Non possiedono nulla. Sopravvivono grazie agli aiuti delle Missionarie della Carità, della diocesi tunisina e di privati benefattori. Perché? I datori di lavoro in, illo tempore, non versarono alcun contributo – “non si usava allora!”, spiega ingenuamente una di essi, Franca Maggio, nata nel 1921. E il Governo Italiano? Dal 2004 ha negato le pensioni sociali agli italiani all’estero. Dunque l’acquisto delle medicine? È affidata al buon cuore dei donatori. E l’assistenza sanitaria? Al buon cuore del medico di turno. “È una lezione di storia!” –afferma don Francesco Fiorino, presidente della fondazione San Vito di Mazara del Vallo, che ha organizzato, lo scorso 31 ottobre, l’incontro pubblico con 13 figli e nipoti del “tricolore emigrato”. “Non vogliamo perdere l’esperienza dei nostri compaesani” – spiega padre Fiorino – “l’emigrazione è un fenomeno secolare e non un fatto criminale, come qualcuno vorrebbe farci credere”. E la storia si ripete, vertiginosamente. Si ripete oggi con migliaia di giovani costretti ad emigrare. Tra di essi Francesco Farina, 30 anni, che da Palermo si è spostato ad Oslo, con il sogno di fare il web master e con la consapevolezza di avere due braccia per servire ai tavoli. Alessandro C., laureato in lingue a Catania, è andato invece a conseguire l’abilitazione all’insegnamento in Inghilterra. Perché in Italia il tanto atteso bando per accedere al Tirocinio Formativo Abilitante, nel rimuginare della burocrazia del Belpaese, ancora non è stato attivato. E qualora lo sarà le disponibilità lavorative nelle scuole saranno di numero irrisorio rispetto ai laureati che aspireranno a quelle mansioni. Così, secondo i dati Ocse, in Italia il 46,7% dei giovani dai 15 ai 24 anni ha un impiego temporaneo. E la disoccupazione giovanile, secondo Confartigianato, ammonta al 29,6%. Lo scorso settembre l’Istat ha registrato 2.080.000 disoccupati. Il dato è in crescita. Inoltre, nel caso dei precari, spesso si parla di sottoccupazione: sono innumerevoli infatti coloro che nascondono lauree e master per servire birre nella movida notturna. Quanti invece riescono a sfiorare i propri traguardi, spesso vedono lesi i loro diritti. Perché in periodo di crisi le aziende si arrogano il diritto di sfruttare a più non posso, in nome di un possibile licenziamento. Questo è il caso di A. M., che ha lavorato presso un’azienda di ottica, con circa 25 dipendenti, nel trapanese. L’hanno assunto come responsabile marketing, ma gli hanno affidato le seguenti mansioni extra: pulizia del proprio ufficio, del magazzino e consegna dei pacchi. E il contratto? Mai firmato. E qualora ci fosse stato sarebbe stato, sulla carta, part-time. Nei fatti, invece, lavoro full-time e con straordinari non retribuiti. Il tutto per 800 euro al mese. Ma si lavora anche a cifre più basse. Basti cercare nei siti di lavoro interinale per avere conferme. In lavoricreativi.it, ad esempio, la media delle retribuzioni promesse a giornalisti, fotografi, copywriter, web designer e grafici oscilla dai 400 agli 800 euro al mese. E spesso si sfiora il grottesco. “Mi serve semplicemente uno schiavo devoto e riconoscente […] non mi interessano casi umani. P.S. non sono un benefattore di imbecilli. Grazie a chi si asterrà” – riporta un annuncio del 24/05/2011, pubblicato sul sito fotografi.org. Dunque cara Italia, svegliati! E guarda i tuoi italiani. Non li mortificare. Non li deludere. Ora come allora. (D. Meo)