Roma – Il Rapporto Migrantes sugli italiani nel Mondo, fin dalla prima edizione del 2006, ha dedicato grande attenzione ai giovani in emigrazione.
Conviene qui riprendere alcuni spunti di questa ricca documentazione, incentrandoli da una parte sui giovani italiani che lasciano l’Italia, non ritenendosi soddisfatti, e dall’altra sui giovani italiani che dall’estero vengono in Italia per poter diventare più soddisfatti.
Come di consueto la nostra metodologia di ricerca è basata sui dati evitando però un loro mero affastellamento: le statistiche sono considerate interessanti quando sono portatrici di linee di lettura della realtà. Nel caso specifico, riguardante il rapporto triangolare tra mondo giovanile, realtà italiana e mondo migrante, ci troviamo di fronte a dati che indicano una seria riflessione
I giovani migranti dall’Italia verso l’estero
I “nuovi migranti” sono sempre più spesso giovani, dotati di un elevato titolo di studio, che scelgono di portare avanti parte del proprio percorso formativo e/o professionale all’estero, in paesi in grado di offrire loro maggiori (e migliori) opportunità. Si tratta sempre più di tecnici e persone altamente qualificate, perlopiù specializzati in settori ad alta intensità di ricerca e conoscenza, assunti da centri ricerca, università e imprese multinazionali. Ad affermarsi come meta preferenziale di questi flussi sono diversi Paesi Europei (Gran Bretagna, Germania, Francia, Belgio) e naturalmente gli Stati Uniti e anche la Cina e altri paesi orientali. Londra, ad esempio, continua a rappresentare una delle destinazioni preferite dai giovani, attratti tanto dal fascino di una città aperta alle diverse forme d’espressione delle nuove generazioni, quanto dalle opportunità formative (principalmente in ambito linguistico) ed economico-professionali offerte dalla City.
L’emigrazione rappresenta sempre più spesso un’opportunità aggiuntiva per realizzare le proprie aspirazioni e per emanciparsi dalle difficoltà che attraversano l’attuale mercato del lavoro italiano, soprattutto quello relativo alle alte qualifiche. Le ragioni della possibile emigrazione di oggi sono ben diverse da quelle del passato: si tratta di un misto basato sia sulle maggiori opportunità lavorative offerte da altri paesi sia sulla curiosità culturale e in ogni caso siamo lontani dall’esodo per la sussistenza.
A seguito di questa emigrazione aumenta, in termini numerici e percentuali, la presenza dei laureati italiani residenti all’estero e sussiste anche un problema di collegamento tra vecchi e nuovi immigrati perché i nuovi migranti, molto spesso restano sostanzialmente estranei alla rete associativa tradizionale e si raccolgono piuttosto in associazioni legate a quegli interessi economico-commerciali che, sempre più spesso, li spingono alla migrazione.
Partendo dai dati Aire a gennaio 2011 su oltre 4 milioni 115 mila cittadini italiani all’estero il 16% ha meno di 18 anni, il 21,3% ha tra i 18 e i29 anni; il 25% ha tra i 30 e i 44 anni. Sono queste le fasce di età giovani e/o in età da lavoro.
Secondo diverse ricerche (si può citare, al riguardo, ad esempio il Rapporto Eurispes 2011),i giovani di 15-29 anni, da qualificare come “né/né” (né allo studio, né al lavoro), sono oltre due milioni, un quinto del totale di questa fascia di età. Il “sogno estero” affascina ben più persone di quelle che emigrano: il 40,6% tra tutte le fasce d’età e ben il 50,9% tra i più giovani (tra i 25 e i 34 anni). Non tutti i giovani, però, si recano all’estero. Comunque, mettendo concretamente in movimento i loro sogni, sono migliaia di laureati che ogni anno si spostano all’estero, ponendo fine all’attesa di un improbabile posto adatto alla loro preparazione e, spesso questi giovani migranti se ne vanno senza neppure cancellarsi dalle anagrafi comunali.
Non è disponibile un censimento completo dei ricercatori all’estero, ma di essi circa 2.000 si sono iscritti alla banca dati “Davinci”, pressoché da tutte le più importanti università del mondo, oltre che, seppure in pochi, da alcune imprese. Solo 1 su 4 intenderebbe ritornare in Italia, mentre gli altri si dicono soddisfatti della vita condotta all’estero, dal punto di vista sia sociale che lavorativo.
Dalla graduatoria Top Italian Scientists risulta che l’Italia ha i suoi più bravi scienziati all’estero, dove i più hanno realizzato il loro percorso professionale: dei 12 italiani insigniti del premio Nobel in chimica, fisica e medicina, solo Giulio Natta, insignito del premio nel 1963, condusse le sue ricerche interamente in Italia. Una curiosa graduatoria è quella che descrive la classifica degli scienziati italiani attraverso l’indice di Hirsch (h-index) che misura il grado di performance della produttività degli scienziati, che nel mese di ottobre 2010 ha richiamato l’attenzione della stampa: risulta che solo 7 scienziati su 10 lavorano ancora in Italia, mentre tra quelli registrati nella parte alta della graduatoria ben i due terzi si trovano all’estero.
L’indagine (2010) sui ricercatori italiani all’estero, svolta nel 2010 dal Centro Nazionale delle Ricerche sulla Popolazione/CNR, conferma che in prevalenza si tratta di giovani (anche se non più giovanissimi), all’estero da più di dieci anni (ma nei due terzi dei casi ancora con la cittadinanza italiana), e in prevalenza impegnati nelle materie scientifiche. Essi si mostrano riconoscenti per avere trovato all’estero una maggiore gratificazione professionale e avere avuto a disposizione le attrezzature necessarie e i fondi indispensabili, condizioni che raramente si verificano in Italia.
Una parola va detta anche sul programma Erasmus, che ha incentivato notevolmente la mobilità internazionale tra i giovani italiani. Sono stati 17.754 gli studenti universitari che, nell’anno accademico 2008/2009, si sono inseriti nel programma europeo Erasmus, recandosi all’estero e 1.628 quelli che hanno compiuto un tirocinio presso imprese di altri paesi, su un totale europeo, rispettivamente, di 168.153 e 30.300 studenti. A venire in Italia sotto la copertura di questo programma sono stati, invece, 15.530. Dal 1987 al 2009 gli studenti europei protagonisti di queste “migrazioni per studio”, spesso funzionali anche a successive migrazioni per lavoro, sono stati 2 milioni (l’1% della popolazione universitaria). Lo spostamento non è scoraggiato dal modesto sussidio comunitario (272 euro al mese), che in pratica finisce per favorire i figli di famiglie benestanti. La Spagna è al primo posto, sia come paese che invia gli studenti che come paese che accoglie: il paese viene identificato come un “luogo di felicità” e per questo motivo, nonostante i suoi problemi, attira non solo gli italoamericani provenienti dal Sud America. In Spagna, secondo fonti locali, gli italiani sono passati da 59.743 nel 2003 a 170.051 nel 2010, triplicati cioè nel volgere di soli 7 anni. Gli studenti “erasmus” vogliono fare l’esperienza di vivere in un paese straniero, conoscere ambienti universitari differenti, imparare una nuova lingua; altri si sentono attratti dal clima, o dalla cultura del paese scelto. Le ragioni, quindi, sono le più diverse. Dal 1987 i giovani italiani che hanno ottenuto una borsa di studio Erasmus sono stati 190.494 (l’11,3% del totale degli studenti erasmus europei). L’Italia si colloca al quarto posto dopo Germania (15,6%), Francia (15,3%) e Spagna (14%).
Le quattro destinazioni più popolari per i borsisti di questo programma sono la Spagna, che riceve più di 30.000 studenti, il 34,9% del totale, seguita da Francia con un 15,7%, Germania che accoglie il 10,7%, e al quarto posto il Regno Unito con il 9,3%. La Spagna diventa così il paese che accoglie più studenti stranieri e il terzo paese “esportatore”. Le università spagnole che attraggono più studenti sono Granada (1.735), Valencia (1.571) e la Complutense di Madrid (1.522). Gli studenti erasmus italiani come i loro colleghi europei scelgono, prevalentemente, le università spagnole come destinazione preferita e, in seguito, i centri universitari francesi, tedeschi e in quarto luogo il Regno Unito.
Non vi sono solo gli spostamenti di un semestre accademico ma anche quelli di segue per intero il corso di studi all’estero. Nel 2008, secondo l’Ocse, gli universitari che hanno studiato in altri Stati sono stati 3.342.092 tra i quali, per quanto riguarda l’Italia, 42.433 in uscita e 68.273 in entrata: questi ultimi sono quasi il doppio rispetto al 2000, ma ancora pochi rispetto al livello di studenti stranieri che si riscontra negli altri grandi paesi europei.
I giovani italiani dall’estero verso l’Italia
Per seconde, terze o anche quarte generazioni si intendono i figli e i discendenti dei migranti italiani migranti che conservano spesso, ma non sempre, il loro status di cittadini italiani e un certo senso d’appartenenza all’italianità, pur essendo nati e vissuti in un paese estero, dove generalmente sono ben inseriti. La loro incidenza sul totale dei cittadini italiani residenti all’estero è significativa: secondo quanto è possibile dedurre dai dati Aire disaggregati per motivo di iscrizione, il 37,7% del totale degli iscritti lo è in qualità di italiano nato all’estero.
Le origini italiane sono variamente percepite e vissute dai questi giovani figli della migrazione, e ciò dipende anche dai progetti di inserimento nel paese di residenza. Le radici italiane a volte vengono trascurate, a volte vissute solo nel privato-familiare, attraverso testardamente recuperate e affermate ufficialmente attraverso lo studio dell’italiano e la riscoperta del mondo culturale italiano (arte, storia, cinema, teatro) e e anche del mondo economico.
Sono sempre più numerosi i giovani d’origine italiana, specialmente in America Latina, che tentano di emanciparsi dalle difficoltà dei loro paesi di residenza, ripercorrendo a ritroso il viaggio dei padri, vale a dire, in primo luogo, richiedendo per ascendenza la cittadinanza e il passaporto italiani. Il recupero della propria italianità si lega in primo luogo alla concessione di un passaporto che consente l’accesso al mercato occupazionale italiano ed europeo, ma in una certa misura al senso di attaccamento alle proprie radici: questo secondo aspetto dipende molto dalle politiche che vengono condotte a dire il vero non sempre soddisfacenti.
Anche questi giovani sono meno interessati a un mondo associativo e alle sue attività tradizionali, incentrate prevalentemente sul mantenimento della memoria e delle tradizioni dei luoghi d’origine, per i quali chi è nato all’estero non ha una memoria diretta: per questo i pionieri dell’emigrazione sono visti distanti dai loro figli e dai loro nipoti. Maggiore interesse suscitano, invece, le possibilità di partecipare a corsi di formazione professionale, di orientamento al mercato, di approfondimento dell’italiano commerciale. Come è noto, molti di quelli che vengono per inserirsi “concretamente” in Italia vanno soggetti a delusioni e spesso, specialmente per gli italo-latinoamericani, l’Italia è solo una tappa intermedia rispetto all’insediamento definitivo in Spagna.
Quando viene invece assicurata questa base concreta, anche il fascino storico-culturale dell’Italia viene potenziato. Nel Rapporto 2011 la Migrantes ha approfondito le modalità che contraddistinguono il collegamento di chi sta all’estero con l’Italia, ricorrendo al suggestivo termine “viaggi della memoria” per presentare gli spostamenti legati alla memoria migratoria, sia in andata che di ritorno. Questo fenomeno ha finora trovato scarsa eco ma è tutt’altro che trascurabile, innanzitutto per il numero elevato delle persone coinvolte: si tratta di circa 20 milioni di viaggiatori tra residenti italiani che si recano all’estero o residenti all’estero che vengono in Italia per passare un breve periodo in una casa propria o presso parenti e amici. A parte le implicazioni finanziarie (alle quali si presta maggiore attenzione, specialmente in questa fase di crisi), in questi spostamenti giocano un ruolo importante i legami sociali e culturali, che così si esprimono, tra la realtà italiana all’estero e la società italiana.
Questi brevi trasferimenti, infatti, consentono di inserirsi nel grande solco dell’emigrazione italiana, permettendo, per un verso di prendere contatto con quelli che, non importa se abbiano mantenuto o no la cittadinanza, ancora vivono all’estero e accolgono come ospiti i parenti e gli amici che vengono dall’Italia (in questo caso viene recuperata la memoria dell’esperienza fatta all’estero); e, per altro verso, offrendo a chi viene dall’estero l’opportunità di conoscere i luoghi dei propri genitori o degli antenati (in questo caso viene recuperata la memoria della situazione italiana che stava alla base dell’esodo).
Si tratta di forme di mobilità umana, che coinvolgono anche i giovani italiani all’estero e che costituiscono una continuazione delle migrazioni tradizionali, in quanto espressione dei legami che si stabiliscono tra l’Italia rimasta in Italia e quella insediata all’estero.
Purtroppo, i sogni che la venuta in Italia fa balenare nei giovani figli degli emigrati, una volta che essi vengono sul posto rischiano di andare delusi e ciò è induce a riflettere sulla necessità di una maggiore concretezza, tanto a livello di programmi nazionali che di programmi regionali.
Qui si è parlato di giovani che dall’Italia vanno all’estero e dall’estero vengono in Italia. Questi due filoni di approfondimento portano a sottolineare un dimensione sulla quale da tempo insiste la Fondazione Migrantes. Nell’attuale contesto globalizzato, la presenza all’estero, sovente equiparata a una mera dimensione assistenziale, va recuperata: per un verso, perché i giovani, andando a stabilirsi in altri Paesi, mostrano che c’è molto da imparare oltre i confini nazionali; per l’altro verso perché i giovani dall’estero, venendo in Italia per realizzare meglio le loro aspettative, rimangono spesso delusi da quello che riescono ad offrire. Forse, viene da concludere, il rinnovo della società e delle istituzioni italiani abbisogna di qualcosa di più della soppressione della rappresentanza parlamentare degli italiani nel mondo, anche perchè questa rappresentanza può essere uno stimolo da non trascurare.
Le comunità/missioni e i giovani universitari
L’attenzione ai giovani universitari da parte delle comunità/missioni diventa pertanto un nuovo, importante impegno. Alcune città come Strasburgo, Bruxelles, Parigi, Londra, Berlino, Losanna stanno diventando luoghi fondamentali per un’attenzione pastorale ai giovani italiani emigranti soprattutto con il progetto Erasmus.



