Roma – In Italia la nuova evangelizzazione invita a guardare agli oltre 5 milioni di persone, di cui quasi un milione di fedeli cattolici “differenti” per tradizioni e riti, ma anche ai 4 milioni di italiani all’estero, la quasi totalità dei quali cattolici, che hanno formato comunità importanti soprattutto in Europa e nelle Americhe.
Lo ha affermato mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes, parlando sul tema “una pastorale migratoria per una chiesa ‘differente’” nel corso dei lavori dell’incontro dei delegati e coordinatori nazionali delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa riuniti a Roma fino ad oggi. Per mons. Perego le comunità cattoliche di immigrati in Italia come le comunità cattoliche di emigranti nel mondo hanno “costituito e costituiscono un valore aggiunto nell’esperienza cristiana di molte comunità di antica e nuova tradizione cristiana. Le une e le altre comunità, costituite soprattutto da giovani, sono risorse importanti per comunicare il Vangelo, ma soprattutto per viverlo in contesti diversi. Le note dell’apostolicità e della cattolicità della Chiesa trovano nell’incontro tra popoli, nelle migrazioni un luogo fondamentale di espressività”. In questo senso le migrazioni sono, come ricorda Papa Benedetto XVI nel messaggio per la prossima Giornata Mondiale delle Migrazioni, “un’opportunità provvidenziale per l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo”, un segno dei tempi per rileggere la nostra vita cristiana, confrontandoci con chi proviene da mondi e chiese differenti. “Lasciare soli i migranti, abbandonarli, respingerli o non considerarli nelle nostre comunità – ha sottolineato mons. Perego – significa perdere persone importanti per ripensare e ridisegnare la Chiesa, ma anche la città, con nuove progettualità politiche, economiche e sociali. Lavoratori e famiglie migranti, richiedenti asilo e rifugiati, studenti internazionali sono tre luoghi pastorali per verificare e ordinare la vita delle Chiese locali anche in Italia”.
Per il Direttore della Migrantes occorre “evitare il rischio – che fu anche per gli italiani in 150 anni di storia italiana – che le migrazioni corrispondano alla perdita e all’abbandono dell’esperienza di fede, magari motivate anche da una debole testimonianza della carità oltre che da una fede chiusa verso il nuovo o incapace di esprimersi in maniera rinnovata: evitare il rischio per i migranti di non riconoscersi più come parte della Chiesa”.
“Il fenomeno della globalizzazione e della mobilità crescente mentre favorisce nuove (e fino a ieri insospettate) possibilità di scambio tra i popoli – ha poi detto mons. Perego – alimenta pesanti conflittualità, dovute alla presenza di tradizioni e di costumi diversi, talora radicalmente alternativi. L’odierna società multiculturale e multireligiosa stenta a trovare la strada di un confronto pacifico e arricchente; prevale la paura del «diverso», considerato come un potenziale attentatore della propria identità (soprattutto se debole) o, inversamente, l’atteggiamento della «sfida», nel caso in cui si vanti un’identità totalizzante, caratterizzata dalla tendenza a imporre la propria visione religiosa o ideologica agli altri”.
“Di fronte a questa situazione – ha aggiunto – in cui è forte la tentazione della chiusura, sono fondamentali atteggiamenti ispirati all’ascolto, all’accoglienza e alla ospitalità nei confronti dello «straniero», superando tanto il modello dell’assimilazione che nega la differenza, quanto quello della tolleranza che mantiene la distanza, e promuovendo una forma di integrazione, che si sforzi di trasformare la multiculturalità e la multireligiosità in interculturalità e in interreligiosità. In questo senso, la costruzione di una Chiesa differente diventa un percorso educativo, non unilaterale, che dalle relazioni personali e sociali passa alle relazioni ecclesiali”.



