Roma – Caritas Italiana e Fondazione Migrantes hanno presentato in questi giorni un audiolibro “Non mi vedrete morire” che racconta la storia di vita di un rom nato in Spagna 150 anni fa, morto martire nel 1936 durante la rivoluzione spagnola e salito sugli altari nel 1997. La sua figura emerge per una santità quotidiana e, al tempo stesso, universale, a cui tutti possiamo e dobbiamo aspirare –come ricorda il Concilio Vaticano II nella costituzione Lumen Gentium (cfr. nn.40-42). Nessuna persona, nessun popolo è escluso dal cammino della santità. Anche le persone e il popolo rom. La santità del rom Zefirino si inserisce tra i volti concreti di ogni popolo, lingua e nazione diversi, tutti chiamati alla santità. I tratti della santità ordinaria del gitano Zefirino fanno di lui un educatore familiare e popolare. L’onestà, l’amore ai poveri, la partecipazione all’Eucaristia, la devozione mariana, la stima per i sacerdoti, la narrazione della storia della salvezza ai bambini, ai ragazzi sono i tratti di una fede semplice e quotidiana che lo preparano al dono della vita, fino al martirio. Il volto e la storia di Zefirino, in questo momento europeo di recupero della diversità come percorso per il rispetto della dignità e dei diritti umani, diventa un invito a superare la lettura della vita e della storia del popolo rom dentro stereotipi che alimentano pregiudizi e discriminazioni. La costruzione di una ‘strategia nazionale’, a cui la Commissione europea Diritti umani ha invitato l’Italia a guardare, e iniziata in questi giorni non può prendere avvio solo dalle ‘patologie’ attuali di un popolo, ma anche dal riconoscimento della storia, della lingua, della cultura, della religiosità di un popolo che, oggi particolarmente, fatica a recuperare la sua identità. L’amore ai poveri e la condivisione dei beni – della casa anzitutto – di Zefirino ci rimanda ai tratti di una solidarietà straordinaria all’interno della rete familiare del popolo rom. La valorizzazione dell’anziano Zefirino come educatore dei ragazzi ci ricorda il posto degli anziani dentro la comunità rom. La non violenza di Zefirino ci richiama la storia di un popolo che non ha mai fatto la guerra per conquistarsi uno spazio dentro la città e il Paese. La cura e l’educazione dei ragazzi di Zefirino ci provoca a considerare i bambini, che in Italia sono la metà degli almeno 160.000 rom – come uno dei valori fondamentali nella famiglia e nel popolo rom. L’analfabetismo di Zefirino ci ricorda come ancora oggi solo il 30% dei bambini rom partecipa alla vita scolastica non sempre o non solo per colpa propria, ma per condizioni impossibili. L’amore alla città, al paese di Zefirino ci rimanda a una situazione di provvisorietà, di apolidia in cui vivono oltre 15.000 rom arrivati dalla Jugoslavia in Italia negli anni ’60 e ’70, cittadini in nessun luogo, esclusi da ogni forma di partecipazione. Il lavoro di Zefirino ci rimanda al lavoro dimenticato in cui molti rom – anche in Università, centri di ricerca, ospedali, imprese internazionali e nazionali, nell’artigianato e nel commercio – sono impegnati, ma anche al lavoro precario e residuale, non tutelato di molti rom – almeno 30.000 – in alcuni settori, in particolare nella musica, nello spettacolo, nel recupero, nella cooperazione. Il rispetto per la donna di Zefirino ci richiama profondamente una qualità spesso dimenticata o sottostimata nella cultura rom. La storia di santità di Zefirino – a 150 anni dalla nascita – può aiutare i giovani, gli educatori, gli insegnanti, dentro le nostre comunità e scuole, a costruire percorsi di incontro, conoscenza e valorizzazione della storia, della religiosità, della cultura rom, perché “nessuno si senta escluso o ai margini nella Chiesa e nella società” (Benedetto XVI), e soprattutto le minoranze e i più poveri rimangano al centro della nostra attenzione e cura pastorale e sociale.



