Torino – Questa mattina l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, ha incontrato i giornalisti per gli auguri natalizi.
Al termine è stato distribuito un documento che pubblichiamo integralmente.
Il recente fatto accaduto alle Vallette ha suscitato giustamente riprovazione e preoccupazione e ha riportato in primo piano il problema dei rom nella nostra città. Dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha di fatto bloccato i finanziamenti previsti per la sistemazione dei campi e su cui stavano progettando seriamente gli interventi sia la Prefettura che il Comune, diventa difficile ipotizzare interventi risolutivi a breve termine. Mi auguro che si possa ricuperare in questo, ma nel frattempo occorre comunque fare qualcosa, dare qualche segnale concreto, anche se con piccoli passi:
– anzitutto sul piano della scolarizzazione dei minori, un obiettivo di primaria importanza e de-cisivo per il futuro. Su questo occorre insistere con forza presso i genitori, offrendo i sostegni ne-cessari per attuarlo e accompagnarlo. Mi riferisco alle scuole di base, al dopo-scuola promosso negli stessi campi, ma anche alla formazione professionale per i giovani, che potrebbe avviare una pro-spettiva nuova di grande efficacia per il loro futuro;
– la raccolta dei rifiuti. Non si può vivere in un degrado ambientale non degno di una città come Torino e non accettabile per persone umane, famiglie e bambini. È dunque necessaria un’azione educativa delle famiglie in questo senso, insieme a una sistemazione di aree dove i rifiuti possano es-sere raccolti. Faccio appello per questo ai servizi sociali specifici per indicare le condizioni e vie adeguate a raggiungere tale risultato anche con la collaborazione degli stessi rom e del volontariato;
– alcuni servizi essenziali per vivere, come acqua, luce… Ho sentito parlare anche di distribuzione di derrate alimentari e questo va certamente incontro a tale obiettivo;
– infine, resta decisivo il traguardo di offrire a qualche famiglia rom, che ne accetti le condizioni, la possibilità di una abitazione, come è avvenuto per il modello di Settimo, che ho visitato e giudico molto positivo.
A mio avviso occorrono segnali concreti e precisi di una via da percorrere insieme tra istituzioni, associazioni e gruppi di volontariato, organismi ecclesiali e civili. Ma insieme anche agli stessi rom con un dialogo e confronto su quello che si può fare da subito, perché si sentano “costruttori insieme” di futuro e non tanto dei “ricevitori” di cose o di soluzioni già confezionate. Anche per loro c’è la fatica di mantenere fede alle tradizioni sia culturali che religiose nel rispetto delle generazioni che crescono. Anch’essi desiderano caparbiamente non perdere le caratteristiche che li contraddistinguono come popolo, come etnia, eppure sentono la necessità di trovare mediazioni che permettano di farsi accogliere nei contesti dove ora abitano. Quali nuove modalità di lavoro rispetto al passato vanno cercate e perseguite per guadagnare il necessario per vivere e mantenere le loro famiglie? Come accettare e rispettare le regole su cui si fonda la nostra società, che possono sembrare stringenti ed estranee alla loro tradizione e cultura, ma che sono la base per una civile convivenza paci-fica e giusta tra persone, famiglie ed etnie diverse che abitano lo stesso territorio?
Comprendo e sento che non sono passaggi facili, so che richiedono anche per loro dialogo in famiglia, collaborazione, unità, volontà di interagire. Ma ho fiducia che se messi in grado di accogliere le opportunità che sono loro offerte possano dare vita a una “coabitazione” vivibile e aperta al rispetto degli altri, dei loro beni e delle giuste relazioni sociali. L’importante è fare in modo che siano essi stessi protagonisti delle scelte e responsabilità che li riguardano, attraverso una condivisione dei percorsi di inclusione sociale che si attivano.
Per tutti noi c’è l’invito a purificare il nostro vivere da quegli atteggiamenti che non consentono il dialogo, la conoscenza reciproca, la ricerca del bene comune. Impariamo a dare un nome alla nostra paura di fronte alla differenza, tentando percorsi di conoscenza che ci facilitino la via dell’incontro. Favoriamo l’ascolto reciproco, accogliamo il buono che ogni storia umana porta con sé, creiamo possibilità di vita che comprendano i valori comuni riconosciuti.



