Roma – Il settimanale “Vita Cattolica” di Cremona pubblica, da questa settimana, una sintesi di quanto proposto da mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes,
nel volumetto “Per una cultura dell’altro. La Chiesa e l’immigrazione” edito da Tau Editrice.
Riportiamo la prima parte.
Oggi il mondo non solo cambia, ma è in movimento. 1 miliardo di persone ogni anno lascia la propria casa e si sposta nel proprio Paese. 200 milioni di questi lasciano anche il proprio Paese e il proprio Continente. È il popolo in cammino oggi. E il mondo che cambia non è distante da noi, ma vicino. Il mondo si è avvicinato anche a noi, in Italia, con 4 milioni e 900 mila persone di 198 nazionalità diverse.
In questo incontro cambiano diversi luoghi. C’è una famiglia che cambia e c’è una famiglia in movimento: l milione di ricongiungimenti familiari e 250.000 matrimoni misti e 400.000 coppie miste – 25.000 in più nell’ultimo anno -,500.000 famiglie che ogni anno cambiano regione in Italia; c’è un mondo del lavoro che cambia e c’è un mondo del lavoro che è in movimento: lavoratori di 140 lingue diverse, 100.000 imprese immigrate, 30.000 imprese delocalizzate; c’è un mondo della scuola e della cultura che cambia ed è in movimento: 700.000 studenti di 186 nazionalità diverse, 2 milioni studenti universitari che nei prossimi anni avranno fatto un’ esperienza di studio in Europa, centinaia di li bri stranieri di oltre 140 nazionalità tradotti e pubblicati in Italia; cambia anche la religiosità italiana: i 5 milioni di immigrati pregano, hanno una ritualità e un approccio al sacro secondo la religione islamica, buddista, induista, animista e in molte forme cristiane. Di fronte a questo mondo che cambia e si muove insieme, l’antica distinzione tra sedentario e nomade svanisce, perché in questo mondo che cambia è cambiata l’appartenenza: non si appartiene più al paese, alla città, alla regione allo Stato, neanche all’Europa: la vera appartenenza è al mondo è globale.
Oltre l’idea di immigrazione e emigrazione
La prima consapevolezza della mobilità è superare l’idea dell’emigrazione e dell’immigrazione, per approfondire l’idea di una nuova città globale, di una nuova cittadinanza globale.
Occorre ripensare la frontiera” – come scrive l’antropologo Marc Augè. È un’idea che non schiaccia la città su meccanismi di rotezione identitaria, ma apre la città sull’interpretazione della mobilità come componente che cambia la vita, le relazioni, l’amministrazione. Una prima conseguenza relazionale della mobilità è ritornare a mettere al centro la persona, la sua dignità prima che la sua appartenenza: questo signifi ca la tutela dei diritti prima della tutela della residenza; la tutela della dignità della persona prima della conoscenza anche della sua identità.
Nel mondo che si muove noi non possiamo fi ngere che ci siano degli ‘invisibili’, non possiamo fi ngere che ci siano dei ‘clandestini’, ma dobbiamo anzitutto riconoscere che ci sono persone nuove, non conosciute, con le quali anzitutto e prima di tutto costruire relazioni, andare incontro e non costruire il rifiuto, l’allontanamento, lo scontro.
La vera sicurezza di una città è la relazione e la mediazione con le persone nuove che incrociamo, e la storia ci insegna questo.
Tanto più oggi, in cui la consapevolezza che la nostra città è una briciola di fronte al mondo e che numeri, denatalità, malattie, cambiamenti la renderanno presto conquistata da un altro mondo: nel 2019 la città di Milano vedrà per la prima volta più bambini nati da 100 nazionalità diverse rispetto alle nascite di bambini italiani.
Una nuova cultura delle relazioni
La mobilità e il cambiamento chiedono una nuova cultura, una cultura delle relazioni, dell’ascolto per imparare prima che per parlare, dell’incontro aperto alle sorprese delle persone, del dialogo che apre al confronto, della conoscenza che si apre all’amore. Solo così si salva l’identità, che è anzitutto mettere al centro la dignità propria e degli altri. L’identità piena non è indietro – anche se ovviamente siamo debitori del passato, del “già avvenuto” – ma in avanti, come frutto di una serie di incontri, esperienze, relazioni.
Pretendere di preservare l’identità dalla contaminazione vuol dire contribuire a distruggerla, perché la si costringerebbe all’isolamento e quindi all’insignificanza e alla consunzione.
Al tempo stesso, la nostra salvezza è sempre a noi estranea, “è alloggiata altrove” – direbbe Michel de Certeau. Non può alloggiare
in noi: chiede la ricerca e l’incontro. L’altro è il tuo progetto, è il tuo futuro. L’altro sei tu in una nuova situazione. L’altro è differente da te, ma condivide la stessa natura umana, la stessa dignità, gli stessi diritti.



