Isola del Giglio – Nel pomeriggio di ieri nella chiesa dei Santi Massimiliano e Lorenzo a Giglio Porto si è celebrata una Messa in ricordo delle 17 vittime e dei 15 dispersi del naufragio di Costa Concordia, avvenuto esattamente un mese fa.
A presiederla il vescovo di Pitigliano-Sovana-Orbetello, mons. Guglielmo Borghetti. Era presente anche una delegazione di familiari delle vittime e dei dispersi del naufragio.
“Come risuonano – ha detto il presule iniziando la sua omelia – particolarmente intense le parole del Salmo 17: ‘Ti amo Signore, mia roccia…Mi circondavano flutti di morte…nel mio affanno invocai il Signore…il Signore fu il mio sostegno; mi portò al largo…perché mi vuol bene’ in questa serata di preghiera tutta intessuta di sentimenti di cristiano suffragio per le vittime del disastro del 13 gennaio, di sentimenti di gratitudine profonda per la popolazione dell’Isola del Giglio, per tutti coloro che si sono adoperati con coraggio e tempestività per abbassare la soglia delle conseguenze negative: forze civili e militari, nessuna esclusa, la Protezione civile, la Provincia, il Comune dell’Isola, come anche quello di Orbetello e di Monte Argentario, il volontariato, i sacerdoti e le suore, i dirigenti della Costa Crociere e il personale della Concordia: un luminoso mosaico della solidarietà”.
“Dobbiamo riaffermare – ha detto ancora mons. Borghetti – il senso di profondo sgomento di fronte all’imprevisto che ci sorprende nell’ordinarietà dei giorni, che irrompe nella routine della vita di ognuno e in un attimo la trasforma irreversibilmente. Che lezione straordinaria sulla caducità della vita, sull’umana piccolezza e fragilità! Che invito austero a non superare i confini delle nostre possibilità, ad impegnarsi responsabilmente”.
Nella “mia prima visita all’Isola del Giglio, poco dopo la sciagura –ha raccontato il presule – una giornalista mi ha fatto la domanda: ‘quali riflessioni le suscita quanto accaduto’: ricordo che abbozzai una risposta a caldo alla quale mi rendo conto che solo adesso sto rispondendo con più calma. Nulla va dato per scontato, per assolutamente sicuro: la vita non è nostra e non la possiamo imbrigliare nei nostri schemi manipolatori. Viviamo in una cultura tecnocratica dove tutto sembra programmato, gestibile e prevedibile, dove tutto sembra nelle mani dell’uomo; poi, qualcosa si spezza e va in frantumi e mostra il suo fondamento fragile, argilloso. Che sia una nave, un corpo umano giovane e sano, un grattacelo svettante, un treno ad alta velocità, un aereo di linea fiammante, tutto può cedere, ogni meccanismo può interrompersi, in qualsiasi momento. Un terremoto, un’alluvione, un tempo di temperature rigide con bufere di neve, può determinare lo stile quotidiano di stare al mondo; tutto può ripeterci che noi non siamo Dio! Lezione profonda di umiltà, lezione che suggerisce l’improcrastinabile urgenza di introdurre nella nostra percezione del mondo il senso del limite, il concetto di ‘limitazione’ delle nostre imprese tecno-scientifiche e del nostro modo di prendere la vita superficialmente con l’amnesia dei nostri ‘piedi di argilla’”.
Per mons. Borghetti il recupero della consapevolezza che la nostra vita è nelle mani di Dio, Creatore e Signore del cielo e della terra, del mare e degli abissi; riconoscere la sua Signoria, diventa “il punto di partenza per la costruzione di una vera etica della responsabilità degli uomini verso gli altri uomini e verso l’ambiente”.
Il presile affida a Maria, Stella del Mare, “le vittime della tragedia perché nel tuo abbraccio materno giungano alla presenza di Dio, nel suo Paradiso; a te affidiamo quest’Isola oggi più bella per lo splendore della sua bontà, questi uomini oggi più uomini per lo splendore della loro abnegazione, queste famiglie colpite dal dramma della perdita dei loro cari, ma anche toccate dalla forza preziosa del tuo amore e invochiamo per tutti l’abbondanza delle consolazioni di Dio”.



