Torino – “C’è una responsabilità specifica del cattolicesimo italiano, nella sua capacità di mostrarsi forte nell‘identità e grande nell’accoglienza. È un’illusione pensare che una maggiore chiusura salvaguardi meglio un‘identità debole. È vero il contrario, e cioè che ogni identità dà la misura della sua forza quando è capace di incontrare e accogliere l’altro”.
Lo ha affermato il Segretario generale della CEI, mons. Mariano Crociata, tenendo ieri sera a Torino una conferenza su “Educare all’ospitalità, educare l’ospitalità”, promossa dalla diocesi subalpina nell’ambito dei “Lunedì del Santo Volto”.
“Nell’incontro con l’alterità deve emergere sempre più viva la coscienza della propria fede, dei propri valori, della propria cultura, così da mostrare la capacità di mostrarsi, di condividersi, di coinvolgere e includere” ha detto mons. Crociata, affrontando il tema dell‘ospitalità degli immigrati. “L’opera educativa – ha aggiunto il segretario generale della CEI – deve aiutare a superare paure, pregiudizi e diffidenze, promuovendo la mutua conoscenza, il dialogo e la collaborazione”, diventando “la chiave che spalanca la porta a un futuro ricco di risorse e spiritualmente fecondo”, in cui è necessario da parte “degli stessi immigrati avere un‘idea chiara della storia e dell‘identità del paese in cui arrivano, perché solo così possono stabilire una relazione feconda”.
Mons. Crociata ha specificato che “l’identità culturale non è un dato da interpretare in senso fissista” ma neanche da considerare “debole e intercambiabile con leggerezza, poiché ne andrebbe dell’equilibrio delle persone e dell’intera collettività”: “Deve valere il fatto che dalla comune uguale dignità delle persone e delle culture non discende lo stravolgimento della configurazione culturale”. “In questo senso – ha spiegato il segretario della CEI -, indicare nella costituzione repubblicana italiana una cornice ideale e istituzionale valida per tutti, ha il valore di creare le condizioni essenziali per un reale e ordinato processo di integrazione e di crescita condivisa”. Mons. Crociata ha infine fatto riferimento all‘ospitalità nei confronti di chi è fragile: “Nella capacità di ospitalità verso queste persone si misura il grado di civiltà e la forza identitaria, il dna, della nostra cultura e tradizione cristiana. Ancora di più questo vale nei confronti di quella categoria di persone che stentano o vengono rifiutate di essere comprese come persone, ovvero i concepiti non nati”, perché, ha ricordato mons. Crociata, “è proprio l’accoglienza della vita a costituire il paradigma di ogni accoglienza”, a partire dalla quale “abbiamo bisogno di imparare (che cosa siamo) noi stessi imparando (che cosa è) l’altro”, professando che “l’altro è come Gesù (hospes alter Christus)”. – SIR –



