Gli Italiani di “Greci”

Bucarest – Nel numero che porta la data di domenica prossima di “Adeste”, settimanale di pastorale ed informazione della comunità italiana di Bucarest un articolo sugli italiani di Greci che riportiamo integralmente.

 
Dobrogia, estremo lembo meridionale della Romania affacciato sul Mar Nero. Nei secoli passati terra di briganti, eretici ed apolidi. Ultima regione romena ad esser stata liberata dall’Impero Ottomano a seguito del congresso di Berlino del 1878. A Greci, un piccolo paesino non lontano dal Delta del Danubio, si trova una “Štivor romena”.
In effetti, a guardarlo bene, il paesaggio semimontuoso che si staglia attorno al paese di Greci – il nome deriva da un antico insediamento di contadini greci giunti nel tredicesimo secolo e dediti prevalentemente alla coltivazione di legumi – ricorda la natura del Friuli-Venezia Giulia. E’ forse per questo che diverse famiglie provenienti dalle valli attorno a Maniago, Poffabro, Pordenone e alcuni anche dalla veneta Rovigo, dopo una breve sosta in Transilvania decisero di fondare qui le basi di una comunità sopravvissuta ad un secolo e mezzo di storia. Siamo attorno al 1880 (lo stesso periodo dell’emigrazione trentina a Štivor), quando parte del nord-est italiano – sotto la corona austroungarica come gran parte dell’Europa Sud Orientale – stroncato da carestie ed epidemie, intraprese la strada dell’emigrazione verso Est. Attirati dalla richiesta da parte dei latifondisti romeni di manodopera specializzata, di “mestieri” – tagliapietre, carpentieri, muratori, piastrellisti, fabbri, agricoltori e altri che vennero impegnati nei lavori delle costruzioni ferroviarie di fine e inizio secolo – intere famiglie partirono dal Friuli-Venezia Giulia verso la Romania Austro-Ungarica. Nel decennio che va dal 1870-1880 erano presenti qualche centinaio di persone, mentre nel decennio successivo la cifra si aggira attorno alle settemila unità; nel primo ventennio del ventesimo secolo vivevano in Romania oltre sessantamila uomini e donne provenienti dal Friuli– Venezia Giulia e, in misura minore, dal Veneto. A Greci, come nella vicina Jacobdial, si trovavano due importanti cave di un particolare granito proveniente dai monti Ernici. Con questa pietra dura eresistente (la più resistente del mondo, dicono) fu costruito il famoso ponte di Cerna Voda, l’unico ad attraversare il Danubio in territorio romeno. Fu così che tra il 1880 e 1890, attirati da promesse di ricchezza e prosperità, decine di uomini friulani, con famiglie al seguito, arrivarono a Greci per lavorare nella vicina cava. In breve tempo il paese, complice anche la presenza di migliaia di ettari di terreno coltivabile, divenne un importante centro economico della regione. Col passare dei decenni, accanto ai friulani si aggiunsero famiglie provenienti dalla Campania (Caserta) e dopo il
’45 addirittura degli italiani fuggiti dalla Dalmazia, che ancor oggi contano ben 37 membri. Gli anni a cavallo della seconda guerra mondiale rappresentarono il momento di maggior estensione della comunità friulana, giunta ad un numero imprecisato tra le 400 e le 600 unità; per poi ridursi nel corso dei decenni, e specialmente dopo il ’92 con la chiusura della cava (in quanto la zona è diventata parte del parco nazionale del Danubio), ai cinquanta discendenti di oggi.
Otilia Battaiola, presidente dell’associazione dei Friulani di Greci:
“l’integrazione, se così si può definire, è stata lenta ma senza grandi conflitti; già dopo la prima generazione i matrimoni misti sono stati la normalità, io stessa mi sono sposata con un romeno… i romeni chiamavano gli emigranti friulani ‘Broskari’, mangiatori di rane. Così un giorno, per vendicarsi, i nostri preparano un bel pranzo a base di rane impanate e invitano gli amici romeni dicendo loro ‘venite venite che abbiamo preparato uccelletti per tutti!”. “Ancor oggi, ogni anno, il tredici dicembre, ci si ritrova davanti alla chiesa insieme a tutti gli italiani di Romania con radici a Greci per celebrare la festa di S. Lucia, patrona della vista – scelta molto probabilmente per proteggere gli occhi degli uomini che lavoravano nelle cave. In passato però i momenti di ritrovo erano molto più frequenti. Di pomeriggio si giocava a bocce nella casa col cortile più ampio, poi la sera mentre gli uomini bevevano vino e chiacchieravano le ragazze danzavano e intonavano vecchi canti friulani come Castel da Udine. Ne ricordo ancora le parole, tramandatemi da mia madre…”.
La chiesa di Santa Lucia fu costruita tra il 1904 e il 1912. Oggi il parroco della chiesa di Santa Lucia è Vicenzo Pal. Di origini magiare, è stato professore di storia delle religioni e direttore del liceo cattolico di Bucarest. Dopo aver trascorso cinque anni presso il Santuario di Madonna delle Grazie, a Città di Castello, ha deciso di trasferirsi qui a Greci. Per “ricostruire invece che demolire”, come dice egli stesso, ciò che resta della comunità cattolica. Qui a Greci non c’è stata una fede che ha prevaricato sull’altra, tant’è che oggi Vicenzo e il pope locale sono legati da una buona amicizia. Molto più semplicemente, “nella miriade di matrimoni misti, laddove la ‘parte’ cattolica era più forte, quella ortodossa si convertiva; e così il contrario”. In breve tempo don Vicenzo riporta in vita la parrocchia, mette in piede un doposcuola gratuito durante il quale insegna a tutti i bambini del paese (non solo italiani, non solo cattolici, pure la figlia del pope è un’assidua frequentatrice) la lingua italiana e inglese; una volta al mese celebra messa in italiano, “per un ritorno alla lingua italiana slegato dai vari dialetti che pure sono rimasti tra la popolazione anziana” e durante l’estate organizza gite di gruppo ed iniziative di ogni genere. Chissà quanto a lungo potrà resistere questa “Štivor romena”, dolce custode di un’umanità sempre più difficile da scovare. E di una memoria storica pressoché rimossa: quella della nostra emigrazione.