Torino – Sabato scorso, 28 aprile, all’Istituto Faà di Bruno di Torino, per la prima volta si è svolta la Giornata della Mondialità, organizzata dall’Usmi (Unione Superiore Maggiori d’Italia) della regione ecclesiastica Piemonte-Valle d’Aosta.
All’incontro hanno partecipato persone provenienti dall’Africa, dall’Asia, dall’America, insieme ad una minoranza europea con l’obiettivo di incontrarsi, conoscersi e conoscere la realtà socio-culturale e religiosa dell’Italia.
Un incontro di culture, la condivisione di valori, esperienze, speranze e attese per tratteggiare l’essenza della spiritualità della multiculturalità, aiutate dalla lettura sociologica e cristiana di don Domenico Cravero, psicoterapeuta e parroco diocesano a Settimo Torinese, oltre ad essere anima, guida e coordinatore di azioni di pastorale sociale sul territorio. Insieme a lui sr. Etra Modica, responsabile all’Usmi nazionale dell’ufficio Mobilità Etnica.
Vorremmo riuscire a condividere tutta la forza e l’entusiasmo pastorale che, eventi di questo tipo lasciano dentro: il respiro della cattolicità della Chiesa, l’ampiezza degli orizzonti umani e pastorali “plurali”, la ricchezza delle sfumature liturgiche, dei dettagli celebrativi che solo la preghiera internazionale sa regalare…il volto di una chiesa giovane, dallo sguardo complesso e profondo…il profumo della speranza, pur nella complessità di dinamiche mai scontate, impregnate di stupore e di scomessa.
Nell’introduzione alla giornata, la Presidente dell’Usmi Regionale Madre Giovanna Sartori, in sintonia con sr. Modica, ha ribadito come il concetto di “unità” non sia identificabile con uniformità, ma piuttosto con integrazione, e come sia necessario liberarsi dai reciproci pregiudizi per passare dalla multiculturalità all’interculturalità, che promuove e instaura la convivialità delle differenze. Indubbiamente questa è stata l’esperienza vissuta ieri e consolidata dai contenuti ricevuti, che non possiamo non condividere!
L’intervento di don Domenico, preceduto da un intenso momento di preghiera dall’anima universale, ha provocato menti e cuori sulla passione per il nostro tempo, troppe volte demonizzato o rifiutato perché “complesso”. Al contrario, proprio in forza di questa complessità, che è ricchezza, l’invito è stato quello di “essere orgogliosi di vivere nel 2012, perché non abbiamo mai vissuto in modo così ampio la cattolicità”.
Citando Mc Luhan, e il suo “Villaggio globale” del 1964, don Domenico richiamava alcune verità: “senza un villaggio, senza radicamenti, non possiamo vivere”, si tratta dunque di imparare a conciliare globale e locale, maturando in alcune virtù, indispensabili, capaci di armonizzare e sintonizzare la realtà tecnologica con le radici del villaggio. Assumendo e accettando la globalizzazione come fenomeno umano, dunque ambivalente: le positività e le minacce che questa rivoluzione sociale racchiude e porta con sé.
Quali strumenti di lettura, quali aspetti conoscere, necessariamente, per abitare e capire questo nostro tempo?
Cogliere e decodificare, anzitutto, alcune “parole chiave” che lo caratterizzano: la mobilità: la gente viaggia e s’incontra; la sicurezza: intesa come concetto interiore, creata dai legami, piuttosto che dai sistemi esterni; la cittadinanza attiva: per reagire alla crisi politica demotivante attraverso l’educazione capace di suscitare interesse per la cosa pubblica; scegliere determinati percorsi educativi, come la pedagogia interculturale, in cui tutti, ormai, dovremmo specializzarci, per aprirci al cosmopolitismo, per diventare cittadini del mondo capaci di accettarci “unici e diversi”.
Questo però richiede una solida identità personale e un alto concetto del vero, la capacità di poter esprimere le proprie convinzioni in dialogo con gli altri…e questo non sempre è facile, da entrambe le parti.
E’ stato sottolineato più volte che chi decide di migrare, per i motivi più diversi, compreso il fenomeno missionario, indubbiamente è portatore di forti personalità e identità robuste, per il fatto stesso di riuscire ad investire un notevole patrimonio di energie umane, psichiche e spirituali nell’affrontare il viaggio, ma non sono scontate, da entrambe le parti: chi approda in una nuova terra e chi accoglie, alcune qualità indispensabili all’integrazione. Ci vuole un nuovo linguaggio per imparare a convivere, coordinare le storie plurali, interpretare la propria vita dentro la complessità.
Alcuni modelli ci hanno guidato, non sempre positivi.
L’occidente è figlio dell’etnocentrismo che, da sempre, ha delimitato i confini, ha sottolineato la frattura fra “noi e voi”, ha inculcato rigidismi mentali per cui “noi siamo i migliori”, ha stimolato simboli forti di identità che hanno generato fenomeni come il bullismo. Si è reagito a tutto questo con la rivoluzione modernista: eliminando cinfini, relativizzando la verità, promuovendo la fede incondizionata nel progresso, l’euforia per il nuovo…senza capire che non basta il nuovo, ci vuole l’autentico!
Da quest’ennesimo fallimento, l’inefficacia della comunicazione modernista, è nato ilcosmopolitismo.
Su questo aspetto si è sviluppata la giornata, permettendoci di crescer gradualmente e assaporare profondamente la lettura sociologica e cristiana della società, condivisa da don Domenico.
Il cosmopolitismo ci permettere di “essere nativi nell’esperienza dell’altro”, di accettarci unici e diversi, di cogliere i molti volti dell’unica verità.
Punti nodali e dolorosi di un’esperienza faticosa di esodo da se stessi.
Per affrontare questo cammino alcune virtù necessarie: l’empatia, l’eloquenza sociale, la sensibilità al mistero.
Il sapersi mettere nei panni dell’altro, la capacità di parlare, nella relazione pubblica e personale diventando esperto dell’espressione dell’altro: mai persone di parte, mai estremi nei giudizi, capaci di anteporre l”e…e”, piuttosto che l’”o…o”: questa è la virtù del coordinamento: “io ho la mia ragione e te la presento, mi dici anche la tua…”. Nell’umiltà di chi sa che la verità ha molte facce, che sta sempre oltre noi: questa è la nuova sensibilità al sacro che il mondo interculturale ci regala!
Che la Pentecoste ci regala nella sua capacità di comprendere la lingua dell’altro: qui la chiesa nasce cattolica, qui ci insegna l’empatia e la “debolezza della verità che mai s’impone, ma solo si serve”.
Chi coglierà tutto questo nuovo che avanza? Chi avrà occhi attenti a cogliere le potenzialità di una crisi?
La vite religiosa se sarà mistica, se saprà comprendere e vivere profeticamente la realtà del pellegrino, capace di stare nella deterritorializzazione, nel segno della complessità e delle interrelazioni.
L’avventura del pellegrino è uno stile di vita antico, maturo come il mistico, che vive “qui”, ma con un permesso di soggiorno perennemente “limitato” e senza paure… anzi, nella precarietà il mistico è più libero, vive la fortunata precarietà di Dio. Ma per questo ci vuole una grande fede.
Chi si sradica da un Paese e mette radici in un altro può essere capace di raccontare tutto questo con la vita, di mettere insieme tradizione e novità e di dire Dio con parole inedite…di vivere il conflitto come esperienza sana di incontro, come strada – se ben gestito – per arrivare all’autenticità della relazione “faccia a faccia”: quella che crea il legame, che ricostruisce il villaggio.
Nell’incontro tutto questo è possibile, nel confronto fra Nord e Sud, fra il fallimento educativo dell’Occidente e la Speranza pregnante di un Sud, ricco di valori essenziali, c’è il nostro futuro…
Grazie all’Usmi, all’impegno di sr. Adriana Abatemarco – segretaria regionale dell’Usmi – che ha promosso questa possibilità di scambio, grazie alla tante, coloratissime Religiose che hanno scelto di partecipare all’incontro, grazie a Dio che suscita l’originalità dei carismi per fare più bella la Chiesa.
Lungo l’arco della giornata, durante il pranzo multietnico dai mille sapori, nei tempi informali di scambio e in quelli ufficiali di sintesi si è levata un’unica voce: che questo non sia né il primo né l’ultimo incontro di “mondialità” della vita religiosa femminile in Piemonte…che si moltiplichino le possibilità di confronto e di confronto allargato: le suore provenienti dal mondo chiedono, infatti, raduni aperti e il confronto con le religiose locali… e anche questa sfumatura finale ha qualcosa da insegnarci! (Sr Julieta e sr Paola – Figlie di Maria Ausiliatrice)



