Tratta esseri umani: in rete per fermarla

Milano – La tratta di esseri umani è un fenomeno dai molti volti, che cambia continuamente modalità e luoghi. Un fenomeno invisibile, difficile da far emergere ed analizzare. “E’ da dodici anni che mi occupo di questi argomenti – racconta Teresa Albano dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – ma più passa il tempo, più capire cosa sia realmente la tratta diventa difficile. Noi ne vediamo solo le forme di sfruttamento come la prostituzione che è il caso più discusso dimenticandoci, invece, di tante altre realtà. Penso agli uomini costretti a lavorare forzatamente, anche in Italia, in campo agricolo o ai collaboratori domestici privati dei loro elementari diritti che finiscono per diventare veri schiavi domestici”. Per quanto difficile da inquadrare quello della tratta degli essere umani è un fenomeno di cui è necessario parlare. Ne sono convinti i giovani di Capramagra onlus, ONG fondata da alcuni studenti del corso di laurea in Cooperazione Internazionale della Cattolica di Milano, che ieri pomeriggio, insieme alla facoltà di Scienze Politiche, hanno organizzato un incontro sul tema.
Ma quante sono le persone vittime di tratta nel mondo? Purtroppo non esistono dati certi. La Banca Mondiale stima che i migranti siano il 3% della popolazione mondiale. “Ma quanti di questi emigrano forzatamente o con l’inganno per essere poi avviati sulla via dello sfruttamento nelle sue varie forme?”, si chiede Albano, sottolineando come spesso il confine sia labile. Per quanto riguarda l’Italia il fenomeno riguarderebbe dalle 30 alle 50 mila persone.
“Lo scorso anno – spiega Claudia De Coppi del Gruppo Abele, associazione torinese che si occupa di vittime della tratta – al numero verde nazionale si sono rivolte persone di 61 diverse nazionalità. I canali di provenienza restano l’est Europa e i Balcani, l’Africa Sub-Sahariana e la Cina”. Un mercato redditizio per le organizzazioni criminali che lavorano al reclutamento delle persone nei Paesi d’origine e seguono tutte le fasi fino allo sfruttamento: le Nazioni Unite stimano in 32 miliardi di euro all’anno il giro d’affari complessivo. “Stiamo parlando – continua De Coppi – di uno dei traffici illegali più lucroso al mondo, secondo solo a quello della droga e delle armi, a cui è però spesso legato”.
Negli ultimi anni sono stati fatti passi in avanti sul fronte delle normative internazionali. Un apposito protocollo è stato inserito nel Convezione ONU di Palermo del 2000 che è stata ratificata da 147 Paesi al mondo. A livello europeo registriamo un’apposita convenzione del Consiglio d’Europa, siglata a Varsavia nel 2005, e la direttiva UE dell’aprile 2011. “In questo specifico campo – ha precisato Marina Mancuso di Transcrime, il Centro di Ricerca della Cattolica sul Crimine Trasnazionale – la normativa italiana con la legge 228 del 2003 rappresenta una delle più evolute. Oltre al riconoscimento di un permesso di soggiorno per le vittime della tratta, come previsto dal protocollo di Palermo, esiste un apposito fondo per le misure anti-tratta e uno speciale programma di assistenza”. Un’attività di tutela che viene portata avanti con il coinvolgimento di organizzazioni pubbliche e private e associazioni laiche e cattoliche.
 Una delle espressioni più evidenti della tratta in Italia, anche se non l’unica perché si registrano anche matrimoni forzati, accattonaggio e adozioni illegali, è rappresentata proprio dallo sfruttamento sessuale e dalla prostituzione praticata in strada e, sempre più spesso, anche in appartamenti e locali aperti al pubblico. “Se le nigeriane e le donne dell’est rappresentano ancora il nucleo più rilevante di donne costrette a prostituirsi – racconta De Cobbi – negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento di ragazze cinesi sfruttare nei centri massaggi. Qualche hanno fa alcuni sindaci erano intervenuti con misure che punivano i clienti, ma questo ha portato semplicemente allo spostamento del sfruttamento dalla strada agli appartamenti”.
A riprendere negli ultimi mesi è stato anche il flusso di ragazze provenienti dall’Albania, le prime ad arrivare negli anni Novanta. “Da quando l’Albania ha siglato un accordo sui visti con l’Unione Europea – spiega Ariela Mitri, responsabile dell’area tratta di Caritas Albania – è diventato semplice per i cittadini albanesi ottenere un visto temporaneo e questo ha dato vita ad un vero e proprio pendolarismo della prostituzione”. Caritas Albania è impegnata da oltre un decennio nella lotta alla Tratta sia nel campo della prevenzione che del reinserimento. “Il nostro è un Paese che vive il traffico di essere umani in tutte le sue forme – continua Mitri –. Siamo un Paese da cui si parte, in cui si transita ma anche, con lo sviluppo economico e il turismo, di destinazione. Per questo è importante lavorare in rete tra associazione ed istituzioni di Paesi diversi per far fronte al fenomeno. Le organizzazioni criminali sono bravissime a collaborare per i loro affari, dobbiamo imparare”. (SIR)