Faenza – “Per una città in movimento, aperta al cambiamento, contemporanea e cosmopolita”. È con questo obiettivo che sabato scorso la compagnia “Teatro due mondi” ha organizzato a Faenza (Ra) l’iniziativa “Faenza città aperta”, frutto dell’esperienza maturata col “Progetto rifugiati” avviato in autunno. La giornata rappresenta, infatti, l’ultima tappa del laboratorio teatrale interculturale “Nostra patria è il mondo intero”, nel quale i rifugiati sbarcati a Lampedusa nella primavera 2011, e ospiti del territorio faentino, si sono incontrati con i cittadini. Un progetto nato per “creare percorsi” e “occasioni d’incontro”, ma anche per “dare testimonianza pubblica della possibilità di superare pregiudizi, sconfiggere l’ignoranza, rimuovere la paura”.
Il laboratorio teatrale è stato avviato a giugno dello scorso anno in collaborazione con il Cefal, l’ente regionale di formazione del Movimento cristiano lavoratori, che a Villa San Martino di Lugo ospita circa venti rifugiati arrivati da Lampedusa nella primavera 2011. Il laboratorio ha dato vita allo spettacolo “Dalle onde del mondo”, andato in scena nel teatro della compagnia “Teatro due mondi” a settembre. Da quella esperienza è nato il progetto “Nostra patria è il mondo intero”, un laboratorio teatrale interculturale che ha coinvolto, oltre ai rifugiati di Lugo e Faenza, anche i semplici cittadini, con la finalità, questa volta, di uscire dal teatro e realizzare “azioni teatrali” nelle strade, tra la gente.
“È un teatro che vuole incontrare i passanti – spiega Alberto Grilli, direttore artistico e regista del ‘Teatro due mondi’ – e quindi rompere in qualche modo il ritmo della vita quotidiana, con qualcosa di inaspettato che provoca delle reazioni, di adesione ma anche di rifiuto o di indifferenza”. L’intento, spiega ancora il regista, è quello di “rompere i soliti luoghi dove le persone si trovano, dove si è già tutti d’accordo, solidali, per vedere cosa succede anche con chi è indifferente o con chi è inconsapevole”. Il modello del teatro nelle piazze è quello adottato dalla stessa compagnia con le “Brigate Omsa”, un laboratorio ma soprattutto delle azioni teatrali che dal 2010 portano nelle piazze d’Italia la voce di alcune delle 237 lavoratrici della Omsa di Faenza, in mobilità per la delocalizzazione dello stabilimento. Un teatro, dunque, che “esce dal teatro per mettere la propria faccia, i propri corpi in gioco”, continua Grilli, “in un momento collettivo dove la piazza può ritrovare il suo significato di centro della città”.
Nella centrale piazza del Popolo di Faenza, sede del Duomo e del Municipio, il “Teatro due mondi” ha allestito sabato uno spazio di ritrovo, con un “teatrobus” dove vengono proiettati video e dove si possono consultare libri e materiale informativo sulla Convezione di Ginevra e lo status di rifugiato. Qui i ragazzi ospitati a Lugo accettano di parlare, di raccontarsi, d’incontrare la città che li accoglie “inconsapevolmente” perché, come spiega Grilli, “la presenza di questi rifugiati in città non è conosciuta dai cittadini, nessuno sa che ci sono: vivono in una sorta di isolamento, sono invisibili, non disturbano”. Arrivano dalla Nigeria, dal Ciad, dalla Costa D’Avorio, dal Pakistan. Alcuni lavoravano in Libia dopo essere scappati dal proprio Paese, altri vi sono giunti senza altre possibilità. Tutti raccontano dei tre giorni in mare prima di approdare a Lampedusa. Ora da un anno sono fermi a Lugo in attesa del riconoscimento dello status di rifugiati. “All’inizio per loro era molto difficile parlare di quello che avevano passato – dice Chiara, una delle attrici che ha aderito al laboratorio interculturale – oggi invece vogliono raccontarsi, anche solo per parlare con qualcuno”. “Voglio che le persone che mi incontrano sappiano che ci sono delle cose che mi piacciono, che ho degli interessi, che so fare delle cose”, osserva uno di loro. Nel pomeriggio cominciano le “azioni teatrali”, tra le biciclette che attraversano la piazza. Gli attori si muovono in gruppi ben distinti, per poi incontrarsi, confondersi e unirsi in un cerchio. Il passante inconsapevole si fa pubblico. In un teatro che “con delicatezza” s’impone alla città, e chiede di essere ascoltato, guardato, partecipato. (Marta Fallani – SIR)



