Bruxelles – E’ stata presentata oggi a Bruxelles l’Immigrant Citizens Survey (ICS), una indagine transnazionale sui livelli di integrazione in 7 stati europei, tra cui l’Italia, condotta dalla Fondazione Ismu, dal King Baudouin Foundation e dal Migration Policy Group in collaborazione con ReteG2 – Seconde Generazioni.
L’indagine è la prima transnazionale che valuta in che modo gli immigrati vivono l’integrazione in 15 città europee nata con l’obiettivo di verificare se le politiche di integrazione corrispondono alle speranze e alle esigenze degli immigrati regolari di prima generazione che stanno vivendo in Europa.
Secondo la ricerca 3 immigrati su 4 sono o desiderano diventare cittadini nel loro Paese di residenza. Ciò contribuisce a farli sentire più stabili, a ottenere un lavoro migliore e a facilitare l’accesso all’istruzione. Gli immigrati valorizzano molto i corsi di lingua e d’integrazione, che per molti significa anche un miglioramento dell’integrazione socio-economica. Gli immigrati, tanto quanto gli autoctoni, sono disponibili al voto o ad aderire a partiti politici e a sindacati e desiderano vedere una maggiore diversità in politica e sono favorevoli a votare in tal senso.
I principali risultati indicano una grande voglia di partecipare pienamente al mercato del lavoro nei loro paesi di residenza. Gli immigrati che vivono in Italia (e in Portogallo) hanno più difficoltà a trovare lavoro e a imparare la lingua (con Portogallo e Francia) rispetto agli altri Paesi europei; ma sono anche tra quelli più impegnati rispetto alla partecipazione civica e politica.
Per quanto riguarda l’Italia l’indagine è stata da ottobre 2011 a gennaio 2012. Sono stati intervistati 797 immigrati (a Milano 397, a Napoli 400), nati al di fuori dell’Unione Europea. La maggior parte degli immigrati intervistati ha un’età compresa tra i 25 e i 39 anni. Per quanto riguarda lo stato giuridico, mentre un’ampia quota di immigrati a Napoli e Milano ha riferito di essere arrivata senza documenti (come anche a Barcellona e Madrid), nelle maggior parte delle città del Nord la maggioranza degli intervistati è arrivata attraverso il ricongiungimento familiare. Mentre nel resto dell’Europa più della metà degli immigrati intervistati dichiara di lavorare per imprese private, Napoli risulta in controtendenza: qui più della metà dichiara di essere impiegata come persona di servizio o domestica (a Milano la quota scende a un quarto, a parità con Madrid). I paesi in cui è più problematico trovare lavoro sono il Portogallo e l’Italia (hanno avuto difficoltà dal 70 all’80% degli intervistati). Napoli e Milano sono le città europee in cui gli immigrati si sentono più sovra qualificati
rispetto al lavoro che svolgono (agli ultimi posti troviamo Berlino, Liegi e Stoccarda). In Italia sono pochissimi (meno del 10%, rispetto a un terzo o un quarto nel resto d’Europa ) gli immigrati che hanno chiesto di riconoscere ufficialmente le proprie qualifiche.
Il 60-70% di immigrati nelle città d’Italia, Portogallo e Francia hanno avuto difficoltà a imparare la lingua del posto. Il motivo principale è, come nel resto della popolazione, la mancanza di tempo nel 50% degli intervistati in Italia, e la poca motivazione nel 32%. A Milano però più del 30% degli intervistati ha cominciato o completato un corso di lingua o integrazione (a Napoli solo il 20%), contro il 45% di Lione e Parigi.
La maggior parte degli intervistati se potesse voterebbe. In Italia una percentuale compresa tra il 70 e l’80% è disposta a votare. La percentuale più alta di chi pensa che sarebbero necessari più parlamentari con un background di immigrati si trova a Milano (quasi il 90%), seguita da Berlino e Napoli. L’Italia inoltre presenta le più alte percentuali di partecipazione tra gli immigrati alla vita civica, dopo il Belgio: a Milano il 14,6% degli intervistati è iscritto al sindacato (contro il 5,5% della popolazione locale); a Napoli addirittura il 3,2% dice di essere iscritto a un partito politico (in linea con la media nazionale che è del 3,7%). E’ Napoli la città europea dove gli immigrati hanno una maggiore conoscenza (più dell’80%) e partecipazione (circa il 20%) ad organizzazioni di immigrati.
“Da questa ricerca emergano importanti contributi per cogliere le problematiche e gli aspetti differenziali dei percorsi di integrazione, tanto nei ‘tradizionali’ quanto nei ‘nuovi’ paesi di immigrazione”, spiega Gian Carlo Blangiardo, della Fondazione ISMU: i risultati delle indagini “forniscono elementi di conoscenza e interessanti spunti di riflessione per politici e amministratori. Vengono messe in luce alcune aree di intervento con le quali ogni paese, e il nostro in primo luogo, viene ripetutamente chiamato a misurarsi: dal tema della sicurezza lavorativa, a quello dei contratti non in regola (più frequenti nell’Europa meridionale), sino alla mancata valorizzazione delle qualifiche formative e professionali, una realtà che gli stessi immigrati vedono spesso come quasi inevitabile. Dalle analisi esce la conferma delle ben note difficoltà legate alla lingua, ma affiora altresì l’ampia disponibilità degli immigrati a impegnarsi nell’apprendimento, così come il loro interesse ad avere maggiori opportunità sul fronte della formazione professionale. Ovviamente non mancano anche significativi risultati sulla persistente esistenza di ostacoli, per lo più burocratici, alla piena realizzazione del progetto migratorio e in tal senso uno degli ambiti più indicati- ha spiegato lo studioso – è quello dei ricongiungimenti familiari. L’immagine di un’immigrazione generalmente intenzionata a radicarsi nella società di accoglienza è sottolineata dal forte rilievo assegnato, pressoché ovunque, al permesso di lungo soggiorno, cui si riconoscono importanti benefici sul piano del lavoro e dell’integrazione, e dal diffuso interesse per l’acquisizione di cittadinanza”.



