Milano – Volti tristi attraverso un vetro sporco. Mani che battono sulle pesanti porte di metallo per attirare l’attenzione della sparuta pattuglia di giornalisti che attraversa il corridoio. Voci attutite dai vetri spessi. “Voglio uscire di qui, non ho fatto niente. Non posso restare dentro 18 mesi”. Samantha, è una transessuale brasiliana di 34 anni. Da una settimana è rinchiusa all’interno del Centro di identificazione ed espulsione di Milano. Un cubo di cemento dove sono trattenute 64 persone (51 uomini e 13 trans), di cui 16 richiedenti asilo. Immigrati con una sola colpa: non avere i documenti in regola. Per la prima volta dopo diversi anni, la struttura di via Corelli ha aperto i battenti ai giornalisti. Ma alcune porte sono rimaste chiuse: non si può accedere alle sezioni dove gli ‘ospiti’ trascorrono le loro giornate, non si possono visitare i cortili né le cosiddette ‘sale del benessere’. Il motivo, spiega la Prefettura di Milano, è l’esigenza di tutelare ‘la sicurezza, l’ordine pubblico e la privacy degli ospiti’. Vietato chiamarli detenuti. Nel gergo asettico della Prefettura e degli operatori della Croce Rossa (ente gestore del Centro) sono ‘ospiti’. Anche se le condizioni in cui si trovano sono molto simili a quelle delle carceri. Certo, qui le stanze sono piccole e non affollate, c’è la possibilità di muoversi per i corridoi, trascorrere quanto tempo si vuole in cortile. Ma le limitazioni sono comunque tante: ad esempio, dall’ottobre 2010, è vietato tenere il cellulare.
“È stata una decisione della Prefettura, dopo le rivolte esplose a giugno di quell’anno”, spiega Massimo Chiodini, il direttore. Ci sono dei telefoni pubblici nei corridoi, ma il loro funzionamento è un terno al lotto. Il tempo del Cie – fino a un massimo di 18 mesi – è tempo vuoto, nell’attesa del rimpatrio. Eppure non tutti gli ‘ospiti’ hanno commesso reati. E anche chi ne ha commessi ha già espiato la propria pena: come Amid, 29enne egiziano, che vive in Italia dal 2006. “Lavoravo in nero. Ho chiesto al mio capo di mettermi in regola con la sanatoria del 2009 – ricorda -. Lui ha voluto 3mila euro ma poi non ha fatto nulla”. Per non patire l’incertezza in tanti fanno richiesta di tranquillanti. “I dosaggi sono limitati, li diamo solo su prescrizione medica”, chiarisce Massimo Chiodini. “Molti facevano già uso di questi farmaci quando erano in carcere”. Nel limbo di via Corelli si può solo aspettare. E ripetere senza fine una domanda cui è difficile dare una risposta: “Perché sono qui?”. (I. Sesana – Avvenire)



