Cetraro – Da qualche giorno si è chiuso il grande sipario delle Olimpiadi. Un palcoscenico veramente straordinario, fatto da innumerevoli volti di donne ed uomini giovani e meno giovani di tante Nazioni, diversi certo, eppure accomunati dall’unico desiderio di partecipare e magari anche di vincere. Un evento unico ed irripetibile nonostante la sua cadenza quadriennale, non solo perché i Paesi che ospitano i giochi sono diversi, soprattutto perché quel determinato Paese, in realtà, ospita il Mondo e questi, finalmente, almeno in quei giorni, diventa un unico Paese. Quest’anno, come sappiamo, ospitare le Olimpiadi è toccato all’Inghilterra, un Paese europeo. Un Europa in crisi economica quella del 2012, che forse è anche il risultato di una crisi di tipo diverso con la quale subito dopo la sua nascita è stata chiamata a “fare i conti”. Crisi d’identità, innanzitutto. Crisi di memoria soprattutto. Già, perché forse la Merkel e compagni hanno dimenticato che le Olimpiadi nascono in Grecia e che nonostante ben 15 secoli di interruzione – per la geniale iniziativa di Pierre de Coubertin che ha inteso riprenderle verso la fine del XIX secolo modernizzando molte delle sue regole, come quella della partecipazione delle donne ad esempio – ancora oggi risplendono di una bellezza antica e sempre nuova, specchio di quella cultura, culla della vera civiltà democratica, che è stata la Grecia. Ma al di la di questo aspetto, che ritengo oltremodo rilevante giacché si fa tanta fatica oggi in Europa a venire incontro alle notevoli difficoltà economiche della Grecia, credo che sia importante anche far conoscere la storia di un atleta somala che partecipò alla finale dei 200 m. nelle Olimpiadi di Pechino del 2008, Saamiya Yusuf Omar, di famiglia poverissima. Questa storia l’apprendo su “Pubblico”, Giornale on line che da voce agli ultimi, grazie alla scrittrice, anch’essa di origini somale, Igiaga Scebo, proprio in questi giorni in cui Somalia si vota per scegliere il nuovo presidente. Un voto molto atteso, che potrebbe finalmente portare a quel Paese in perenne conflitto, spesso dai Media dimenticato, un futuro fatto di pace, sviluppo e speranza. Anche se l’esito delle elezioni è incerto, i somali sembrano crederci sul serio questa volta. I voli per Mogadiscio sono pieni da mesi, non c’è un posto fino a Novembre dicono i bene informati. Eppure la Somalia ha avuto il suo eroe in queste Olimpiadi, è Mo Farah, arrivato da rifugiato in Inghilterra ora è l’eroe nazionale: dopo aver vinto 10.000 e 5.000 metri è stato ricevuto anche da Cameron. “Ma – annota la Scebo – le facce di una medaglia sono sempre due. Se in una c’è la gloria di Mo Farah, l’altra racconta di una Somalia che soffre ancora e che ha smesso di credere in un futuro possibile all’equatore”. La faccia scura della medaglia è certamente la storia di Saamiya, morta non si sa neanche con precisione quando, su una carretta del mare per raggiungere le coste dell’Italia diretta a Londra. Fino a quando ancora esisteranno storie terribili come questa, le Olimpiadi, nonostante i fasti delle aperture e delle chiusure, le enfasi delle gare, con le loro straordinarie emozioni, gioie ed amarezze, possiamo dire di averle perse. Abbiamo perso l’opportunità di sperimentare la bellezza di essere uomini e donne che si coospitano, in un mondo che pur mantenendo le sue diversità, è realmente un unico Paese, dove non dovrebbe nemmeno essere pensato il reato più stupido del mondo: quello della clandestinità. Chiedo umilmente venia ai lettori se manifesto apertamente la mia fede. Sono ben consapevole che dal punto di vista strettamente giornalistico non è corretto. La mia fede cristiana, però, mi fa pensare e sperare che Saamiya, sarà arrivata ultima alle Olimpiadi di Pechino e nella corsa della vita, ma prima nel regno dei Cieli. Il premio è quello più bello che l’uomo possa desiderare: l’appartenenza ad un unica famiglia, nell’universale e fraterno abbraccio del seno del Padre. «Gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi». (don Ennio Stamile – Direttore Migrantes San Marco Argentanp-Scalea – Il Quotidiano della Calabria)



