Rimini – In italiano, per alcuni, è diventato quasi un’offesa: l’albanese è diventato il sinonimo della persona menzognera, falsa, traffichina, poco onesta. E così, anche per la sua capacità di andare al cuore del problema sfatando lo stereotipo razzista, la mostra «Albania athleta Christi. Alle radici della libertà di un popolo» realizzata per la XXXIII edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, suscita particolare interesse.
La storia dell’Albania è, tra l’altro, la storia della violenza e dell’oppressione esercitata dalla dominazione ottomana, dalla dittatura comunista e dall’usurpazione serba (solo per citarne le tappe principali), in un cammino che se vede oggi «un tablaeu il più possibile favorevole a sé» (riassumibile in «mai è avvenuto che nel mondo vi fossero tanti albanesi liberi», come si legge in uno dei pannelli della mostra), al contempo però, «come per un contrappeso fatale, (…) suona un altro campanello d’allarme: questa nazione è in pericolo di dissolversi prima di venire cancellata».
La mostra dedica attenzione alle due congregazioni religiose cattoliche che con la loro presenza hanno segnato la storia del Paese: i francescani — che già nel secolo XII vi avevano istituito sedi conventuali, ed erano stati la grande colonna cattolica dei Balcani durante l’invasione ottomana (furono anche i primi a pubblicare il periodico «Hylli i Dritës», «La stella del mattino», il primo con un deciso programma patriottico, politico e culturale) — e i gesuiti, che nel 1864 aprirono il primo ginnasio albanese e sei anni dopo la Tipografia della Vergine immacolata (la più grande nel Paese fino alla seconda guerra mondiale).
Fare un Paese, passa anche per la cultura in senso lato: è per questo che una tappa importante nella storia albanese è quella del novembre 1908 quando, tra il 14 e il 22, si svolse a Manastir, nell’odierna Macedonia, il Congresso per l’Alfabeto. Le varie correnti patriottiche concordavano infatti nella necessità di decidere definitivamente l’alfabeto nazionale. E così, tra i caratteri greci (degli ortodossi), arabi (dei turcofili) e latini (dei cattolici), all’unanimità si scelse l’alfabeto latino per trentasei lettere complessive.
Tra i tanti cattolici che hanno segnato la storia albanese (tra cui, ad esempio, monsignor Nikollë Kaçorri, il vescovo di Durazzo che fu vice ministro del primo Governo albanese dopo l’indipendenza dichiarata il 28 novembre 1912), un posto importante spetta a Benedetto XV. Alla fine della Grande Guerra, infatti, l’indipendenza del Paese era ancora in serio pericolo: la delegazione a Versailles implorò il vescovo di Lezhë, monsignor Luigj Bümçi, di recarsi dal Pontefice per scongiurare la divisione tra Italia, Jugoslavia e Grecia. L’udienza ebbe un esito felice («farò ogni cosa per aiutarvi» dirà Papa Della Chiesa) e l’Albania fu salva.
O almeno salvi furono i suoi confini: se fino al 1941, infatti, i comunisti non esistevano come forza organizzata nel Paese, nel giro di qualche anno nacque il regime di Enver Hoxha che, oltre a torturare e imprigionare, fucilò anche (tra i tanti nemici del comunismo) molti esponenti del clero cattolico. Due decenni dopo, sarà la volta della Rivoluzione Culturale Albanese, avviata da un discorso di Hoxha del 6 febbraio 1967 in cui incitava la gioventù a distruggere i luoghi di culto. Seguirà poi la celebre formalizzazione dell’ateismo di Stato.
La mostra del Meeting racconta quindi la caduta del comunismo nel 1991, e la faticosa ricerca della libertà: «quando — dirà Giovanni Paolo II durante la visita in Albania nell’aprile 1993 — pareva ormai spegnersi ogni ragionevole motivo di fiducia, è spuntata l’alba della liberazione. È rinata la vita». Rinata anche grazie alla forza, all’amore e alla dedizione di quella luce che è, probabilmente, l’albanese più famosa al mondo. Madre Teresa di Calcutta. (G. Galeotti- Osservatore Romano)



