Rossano – L’incidente “tragico” che ha causato la morte di sei persone di origine rumena ha rappresentato una occasione per riflettere sulle condizione “spesso disumane” in cui vivono tati stranieri nel nostro Paese.
Lo ha detto oggi pomeriggio mons. Santo Marciano, arcivescovo di Rossano-Cariati, durante la celebrazione eucaristica nella cattedrale di Rossano, in suffragio delle sei vittime dell’incidente dello scorso 24 novembre, nel tratto ferroviario Rossano-Mirto Crosia.
Per il presule calabrese “la società è giusta e la convivenza pacifica se l’unità di misura di ogni decisione, di ogni legge, di ogni organizzazione propriamente umana è il più piccolo! E il più piccolo, non lo dimentichiamo, ha sempre un nome e un volto”. E per “noi oggi questo piccolo ha il nome e il volto dei fratelli rumeni per i quali preghiamo, dei loro bambini e delle loro famiglie, già afflitte dalla separazione e ora visitate dal lutto, alle quali ci stringiamo con un affetto veramente sincero, condividendone il grande dolore”.
Dopo aver ringraziato le istituzioni presenti per aver “dimostrato prontezza d’intervento, disponibilità e competenza” dopo l’accaduto il presule ha ringraziato i cittadini della diocesi che, dinanzi a questa tragedia, hanno saputo coinvolgersi con prontezza in prima persona, mostrando il volto più autentico e bello della nostra gente del Sud”. E commentando le letture del giorno mons. Marciano ha sottolineato con forza che la giustizia di Dio, che “non giudica secondo le apparenze” è “il rispetto della verità della persona, dunque della sua dignità”. Una dignità che “non può essere compresa laddove si prendano come criteri di valutazione i pregiudizi che spesso, ad esempio, ci portiamo dietro riguardo agli stranieri e che impediscono di cogliere la ricchezza umana racchiusa nelle loro persone”.
Per mons. Marcianò “non c’è giustizia laddove vi sia discriminazione di qualunque genere e ogni discriminazione è sempre causa di grande dolore umano. Del resto, non dovrebbe esserci difficile ricordare la sofferenza che anche noi, popolo di emigranti a causa del lavoro, abbiamo dovuto sopportare in tante situazioni di emarginazione in Paesi stranieri o le sottili forme di discriminazione che al presente, pur se di rado, può capitarci di sperimentare in quanto ‘meridionali’”. Per il presule calabrese è sull’eguaglianza e la legalità che “si costruisce ogni società che sia civile e si fonda lo stesso lavoro umano perché non si arrivi a trasformarlo in abominevole sfruttamento, fino alla schiavitù”. Da qui l’invito alla “denuncia di tutto ciò che non è giustizia. E l’alternativa alla denuncia è l’omissione, è la connivenza!”. E – ha detto mons. Marcianò – “non possiamo tacere se tanti fratelli stranieri dormono sulle nostre spiagge, qualcuno anche accanto alla cuccia dei nostri cani; se alcuni vengono allocati e stipati in casolari di campagna abbandonati e malridotti, a costi di affitto sproporzionati e in pericolose condizioni igieniche; se il lavoro che viene loro richiesto è mal retribuito, a volte non retribuito con l’inganno, si prolunga oltre le dodici ore giornaliere e viene gravato da maltrattamenti di varia natura…”. L’arcivescovo cita le condizioni difficili di questo territorio a causa anche della “mancanza di infrastrutture e si ciede “se una migliore organizzazione non avrebbe potuto evitare tragedie come quella toccata ai fratelli rumeni”.
La Chiesa diocesana sta facendo il suo dovere “supplendo la mancanza di strutture con i suoi servizi”: “desideriamo potenziare sempre più tali servizi e crearne di nuovi; e speriamo di farlo in crescente e concreta sinergia con le istituzioni perché di fronte a problemi come quello degli immigrati non può esserci via diversa dall’accoglienza”. Tra le soluzioni mons. Marcianò pensa anche al coinvolgimento della Protezione civile per costruire una tendopoli per accogliere, nei periodi di lavoro stagionale, i lavoratori stranieri “il cui operato non viene svolto da nessun altro ed è ormai indispensabile alla nostra economia”.



