Prato – La presenza di immigrati stranieri si sta sempre più stabilizzando, diventando “strutturale”. Anche a Prato, come era già emerso a livello regionale e nazionale, per la prima volta nel 2011 gli extracomunitari titolari di un documento di soggiorno di durata illimitata (quindi non sottoposto a rinnovo) sono stati più numerosi di coloro che hanno un permesso di soggiorno a tempo determinato. È questo uno dei dati che emergono dal Dossier Statistico Immigrazione 2012 Di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, presentato sabato 1° febbraio a Prato, presso la Biblioteca Lazzerini. Tra i relatori Maurizio Ambrosini, docente di sociologia della migrazioni all’Università di Milano, che ha osservato come “nella presenza delle famiglie straniere oggi in Italia c’è più normalità e integrazione di quanto non immaginiamo, i loro problemi quotidiani sono la scelta del pediatra e l’iscrizione a scuola per i figli, la spesa al supermercato di prodotti italiani e il bisogno ad esempio di riconvertirsi in una nuovo occupazione se si rimane senza lavoro. Proprio come una qualsiasi famiglia italiana”. Il docente ha realizzato uno studio sulla situazione degli immigrati in Lombardia, “ma i risultati sono indicativi anche per Prato”, dice, nella quale si evidenzia che in molte famiglie straniere con figli nati in Italia si parla sempre di più italiano. Una conferma di questo fenomeno è evidenziata dal fatto che stanno aumentando le richieste di un permesso di soggiorno per motivi familiari. Anche se a Prato il motivo preponderante è ancora il lavoro (il 79,3% del totale). Questa nuova realtà è stata raccontata con tre testimonianze: di Gezim Zhapokika, albanese arrivato a Prato con la prima ondata migratoria all’inizio degli anni Novanta; la nigeriana Joy Omoruyi, sposata con un avvocato pratese e il cinese Junyi Bai, che vive in città dall’età di 7 anni e oggi, 31enne, dopo la laurea in legge sta studiando per diventare avvocato. Spesso si dice però che la stabilizzazione della popolazione immigrata non valga per i cinesi. “La cosa è contrastante: – ha affermato Junyi Bai – i cinesi hanno per natura una mentalità dinamica e, abituati alla vastità del nostro paese d’origine, non si pongono limiti. Sicuramente tutti quelli che arrivano in Italia hanno l’idea di cercare fortuna e di poter tornare un giorno in Cina, ma la situazione sta cambiando”. Il giovane orientale, che è anche presidente di Associna, l’associazione della seconda generazione cinese in Italia, ha parlato di “radicamento inevitabile” delle famiglie che hanno figli nati a Prato. “Anche gli investimenti in aziende e attività imprenditoriali articolate, l’acquisto di abitazioni, dimostrano una volontà di stabilirsi. Senza dimenticare che ormai la lingua principale dei ragazzi cinesi che vanno a scuola è l’italiano”, ha detto Junyi Bai. “A Prato il 45% degli studenti stranieri abbandona la scuola al raggiungimento dell’età dell’obbligo”. A lanciare l’allarme è stato Andrea Valzania, sociologo dell’Università di Firenze, che ha messo il dito sull’alta percentuale di abbandono scolastico. L’Europa, con la cosiddetta “strategia di Lisbona”, chiede a tutto i paesi membri di impegnarsi a non oltrepassare il 10%, ma nei paesi Ue siamo al 14,1%; in Italia al 18,9 e in Toscana al 17,6. “Altro dato su cui riflettere – ha aggiunto Valzania – riguarda gli alunni cinesi perché sono il 65,8% degli studenti stranieri che Abbandonano”. Per Valzania occorrono “politiche territoriali mirate, dobbiamo aumentare il numero dei mediatori culturali e sostenere gli insegnanti con una adeguata formazione al ruolo. Oggi siamo nelle mani della buona volontà dei singoli insegnanti, sta alla loro sensibilità accompagnare questi ragazzi, ma occorre che siano formati a questo, ormai la scuola è multiculturale”. Le conclusioni sono state affidata al vescovo Franco Agostinelli, che è anche il delegato regionale Migrantes della Conferenza Episcopale Toscana. L’immigrazione “diventerà sicuramente un problema se non viene affrontato nel modo giusto – ha detto mons. Agostinelli – e noi come cristiani dobbiamo essere attenti verso chi bussa alla nostra porta domandando aiuto. Questo però è un compito che non può essere lasciato soltanto alla Chiesa; occorre rimboccarsi le maniche tutti, pubblico e privato sociale. Ma vedo che a Prato c’è una tradizione di accoglienza buona e consolidata”. (Toscana Oggi)



