Milano – “Rispetto a quando vivevamo al campo, ora possiamo pensare al futuro, con la scuola che sta dando ai miei bambini un’educazione, come ai ragazzi italiani. Il più piccolo – aggiunge con un sorriso – parla meglio l’italiano del romeno e dice sempre: io non sono zingaro, io sono Antonio. Ho anche il nome italiano”. È Bianca a parlare, in un discreto italiano, ogni tanto sbaglia qualche parola, ma riesce a farsi capire molto bene. “Ho tre figli, uno disabile e sono senza marito – racconta la donna –. Nel mio paese andava male, malissimo: per le cure del bambino dovevo pagarmi tutto, pannolini e siringhe compresi, e così capitava che per un mese o due non avesse le terapie”. Ha lasciato, quindi, la Romania per l’Italia, o meglio per un posto in un campo irregolare alla periferia di Milano dove si manteneva con l’elemosina. “Una cosa brutta», dice oggi ricordando quegli anni. L’isolamento nel quale la comunità vive, per paura e convenienza, viene rotto da alcune associazioni del terzo settore, anche se la vera svolta arriva quando il campo dove viveva Bianca viene sgomberato e alcune famiglie, compresa la sua, accettano di intraprendere i percorsi proposti dalla Casa della Carità. “Prima suonavo con mio marito in metropolitana, ora ho smesso di farlo, la musica è diventata per noi un vero lavoro: ci siamo esibiti in quasi tutta Italia”: un grande cambiamento iniziato dopo lo sgombero del campo irregolare, con l’esperienza musicale nella Banda del villaggio solidale. A raccontarlo con gioia è Anna, madre di tre figli, due frequentano le scuole superiori, mentre “la più piccola inizierà l’anno prossima la scuola media”. A distanza di anni, Bianca e Anna e con loro tante coraggiose famiglie, di etnia rom, sono state capaci di costruirsi una nuova vita in città. Seppur il loro futuro sembri ancora, troppo spesso, segnato da discriminazioni: nel 2012, oltre il 47 per cento dei rom residenti in Italia ha dichiarato di essere stato discriminato o trattato male a causa della sua appartenenza etnica. E i numeri trovano realtà nel racconto di Anna: “Ho paura di parlare della mia identità. Non dico mai chi sono e da dove vengo”. Se le testimonianze ancora non bastano, si possono far calcoli. Coi numeri. Dal 2005 al 2009, la Casa della Carità ha accolto in emergenza 70 famiglie che provenivano tutte da sgomberi di campi irregolari. E 57 di questi nuclei sono stati inseriti all’interno dei percorsi di cittadinanza con l’obiettivo dell’autonomia, all’interno degli spazi della Casa della carità e del Ceas, il Centro ambrosiano di solidarietà del Parco Lambro. A oggi, di queste cinquantasette famiglie, 41 vivono in una casa, hanno un reddito da lavoro (garantito da uno o da entrambi i genitori) e mandano i loro figli a scuola. Quattro nuclei sono ritornati in Romania, altrettanti hanno scelto di staccarsi dall’accompagnamento della Casa, cinque sono stati allontanati e tre sono ancora tra gli ospiti, insieme ad altre famiglie accolte negli anni successivi. Come quelle provenienti dal campo comunale di via Triboniano (chiuso a maggio 2011) che ospitava quasi 600 persone: tra loro 45 famiglie rom hanno deciso di restare a Milano, accettando i percorsi proposti loro. 20 sono residenti in abitazioni che, essendo fuori graduatoria, l’Aler ha dato in gestione alla Casa, 10 hanno ottenuto un alloggio popolare dopo aver fatto regolare domanda e 15 hanno affittato autonomamente un’abitazione da un privato. (I. Solaini – Avvenire Milano)



