Il popolo di “campagnin” che ha fatto l’Argentina

Torino – Partirono in tre, il primo febbraio del 1929, con trenta chili di bagaglio e il cuore gonfio di chi se ne va. Sogni e paure. I Bergoglio si lasciavano alle spalle un’Europa economicamente piegata e un’Italia politicamente inquieta. Per chi tirava la cinghia sulle nostre colline, l’Argentina sembrava l’America e le sue porte – diversamente da quelle di Ellis Island – erano spalancate dal 1821, l’anno in cui il Presidente Rivadavia aveva decretato che il Paese non avrebbe avuto alcuno sviluppo senza queste “teste quadre”, come Nino Costa, il vate di “Rassa Nostrana”, definiva gli emigranti piemontesi sentenziando: “j’é gnün ch’a-j bagna el nas per travajé” (non c’è nessuno che bagna loro il naso sul lavoro). Ma quel giorno di febbraio, il cielo sul “Giulio Cesare” era livido e freddissimo. Il piroscafo della “Navigazione Generale Italiana” aveva già portato verso la pampa migliaia di “campagnin”; perché è grazie alle braccia dei contadini italiani sbarcati sulle rive del Plata che è nata la Svizzera del Sudamerica. Tant’è vero che proprio verso Argentina, tra il 1880 e il 1914, si era sviluppata anche una emigraciòn golondrina, un flusso stagionale che iniziava a fine estate, quando i nostri agricoltori prendevano la via del mare per sfruttare la perfetta simmetria agraria tra emisfero nord e sud e ripetere laggiù le operazioni di mietitura e trebbiatura del grano. Vent’anni dopo, invece, si emigrava di nuovo per fame. “La maggior parte dei nuovi arrivati erano destinati alle immense distese agricole dell’interno – racconta Ugo Bertello, avvocato e imprenditore nonché vicepresidente dell’Associazione Piemontesi nel mondo -. Intere generazioni furono condannate a una vita precaria. Chi riusciva a mettere da parte qualche risparmio diventava mezzadro, ma subito si scontrava con un sistema che rendeva impossibile l’ascesa sociale: a quell’epoca non c’era credito agrario né assicurazioni ed erano numerosissimi gli agricoltori che investivano e perdevano tutto, per colpa di un’annata siccitosa o delle cavallette”. Sfruttati per dissodare il Chaco e la Pampa Humeda, oppure, se venivano dalle province tessili della Lombardia e del Veneto, impiegati nelle fabbriche tessili, piuttosto che nella costruzione di La Plata, Rosario e della nuova Buenos Aires, i nostri emigrati cercarono di ribellarsi a quella vita di fatica mal ripagata. “Nel 1932, la rivolta di Alcorta portò a una legislazione più equa dell’affittanza agricola, ma, a onor del vero, fu più determinante la campagna di Peròn contro le cavallette – ricorda Bertello – sterminate con l’intervento dell’aviazione militare, nell’assicurare una stabilità economica alle masse rurali”. L’Argentina in cui scelsero di vivere Giovanni Bergoglio e Rosa Vassallo e Mario Bergoglio e Regina Sivori, rispettivamente nonni e genitori del futuro pontefice, era dunque un immenso “cantiere” dove manovali e artigiani italiani occupavano gli ultimi gradini della scala sociale ma rappresentavano uno dei gruppi etnici più cospicui. L’Argentina dei Macri e dei Pallaro, di Ernesto Sabato e Astor Piazzolla, venne dopo, molto dopo. “Tuttavia – precisa Bertello – la consistenza della rassa nostrana a un certo punto avrebbe permesso di imporre l’italiano come lingua ufficiale, invece dello spagnolo, se non fossimo stati così divisi in tanti dialetti regionali…”. Per gli altri gruppi linguistici eravamo tutti tanos, accomunati, per ragioni che trascendono la statistica, ai “napoletanos”. Analogamente, gli spagnoli erano gallegos, che venissero dalla Galizia o dalle Asturie. La realtà era diversa: nel 1951, solo il 16% degli italo argentini aveva origini campane ma il 78,5% veniva dal Mezzogiorno, “ed era il presidio cattolico più forte” come spiega Pasquale Guaglianone, l’autore, appunto, di “Tanos”, che narra quest’epopea per l’Accademia Terra Calabra. “In effetti – ammette Bertello – per molto tempo la festa che individuava l’identità piemontese era quella che ricordava la breccia di Porta Pia” mentre “furono soprattutto calabresi e siciliani, campani e pugliesi a tenere viva la memoria della madrepatria attraverso il culto dei santi patroni” conferma Guaglianone. Che precisa: “il vero punto debole degli italo-argentini è stata la disunità: non riuscirono mai a “legare” tra loro; crearono tante associazioni – particolarmente attive nel mutuo soccorso – ma non riuscirono a fare rete e le iniziative si spensero nel tempo”. Radici fragili, insomma, che non hanno permesso di rinsaldare il rapporto con la madrepatria. Oggi il 50 % della popolazione vanta un’origine italiana, a Buenos Aires si parla diffusamente il lunfardo, un mix di dialetti italiani e di spagnolo, e da quando è stata creata l’Anagrafe dei residenti italiani all’estero – in quella astigiana, spiega il sindaco Fabrizio Brignolo sono iscritte due sorelle e un fratello del Papa – si è intensificato il flusso dei rimpatri. Non in Italia: la più parte degli italo-argentini che rivogliono il passaporto lo usano per trasferirsi in Spagna. Per una nuova vita, il gallego è meglio del piemunteis. (Paolo Viana – Avvenire)