Torino – “Torino ha una feconda tradizione di accoglienza, ma non può essere lasciata sola ad affrontare una situazione che interroga ed esige l’impegno di tutta la nostra regione, oltre che dell’intero Paese”. Lo dichiara l’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, a proposito del caso dei 300 tra profughi e rifugiati che da sabato occupano l’ex Villaggio Olimpico. E ieri, durante il vertice convocato d’urgenza in questura, non è stata esclusa l’ipotesi dello sgombero: i due stabili, che erano del Comune, sono ora in mano a privati. “L’importante – ammonisce Nosiglia – è che non si risponda all’emergenza solo con provvedimenti tampone. È necessario che si attivino percorsi di inclusione sociale. Ed è importante che le diverse componenti della nostra società, le istituzioni comunali, provinciali e regionali, la comunità cristiana e il volontariato operino unite, per favorire sia a livello nazionale che locale soluzioni appropriate alle necessità delle persone”. E la macchina dell’accoglienza si è già messa in moto, grazie all’impegno di “Migrantes, Caritas, realtà istituzionali, di volontariato e delle società civile” cui Nosiglia ha rivolto un ringraziamento. “Dal quartiere abbiamo ricevuto solidarietà – sottolinea Loredana – busseremo a parrocchie e associazioni per chiedere un aiuto. Abbiamo bisogno di tutto”. Quanto a possibili tensioni, non sembra preoccupata: “Per ora tutto è andato per il verso giusto: siamo qui anche per vigilare sulle possibili difficoltà”. Intanto continua il lavoro di registrazione degli ospiti molti già conosciuti dall’Ufficio Migrantes – che il passa parola moltiplica a vista d’occhio. “Le due palazzine sono al completo”, conferma Federica. “Era prevedibile che dopo la fine del programma di aiuti queste persone sarebbero finite in strada ed era prevedibile che si sarebbero attrezzate per trovare una soluzione”, spiega Sergio Durando, direttore dell’ufficio diocesano Migrantes, che oggi visiterà l’ex Moi dove alle diciotto si terrà anche un’assemblea pubblica. E aggiunge: “La gestione nazionale dell’emergenza non ha generato percorsi di integrazione ma una nuova emergenza. I profughi sono stati parcheggiati nelle strutture, senza progettualità, e poi abbandonati a se stessi”. Bishara Moussa, 26 anni, è nato in Ciad e lavorava in Libia come elettricista: «Sono arrivato in Italia il giorno in cui è morto Gheddafi». Ospitato in un centro di accoglienza a Siracusa, dopo la fine dell’assistenza ha dormito in strada e nei dormitori. “Sono qui in cerca di lavoro”, spiega. Buba, nato in Gambia, è senza documenti: “Li sto aspettando dalla questura. L’indirizzo me lo sono fatto prestare da un amico”. (Fabrizio Assandri)



