Città del Vaticano – San Paolo ha annunciato con la parola, ha testimoniato col martirio e ha adorato con tutto il cuore Gesù. Papa Francesco parte da qui per chiedersi: “siamo capaci di portare la Parola di Dio nei nostri ambienti di vita? Sappiamo parlare di Cristo, di ciò che rappresenta per noi, in famiglia, con le persone che fanno parte della nostra vita quotidiana? La fede nasce dall’ascolto, e si rafforza nell’annuncio”.
L’occasione la celebrazione di ieri pomeriggio nella Basilica di San Paolo. Nella mattinata, prima della preghiera del Regina Coeli, aveva sottolineato con forza: “Quando una persona conosce veramente Gesù Cristo e crede in Lui, sperimenta la sua presenza nella vita e la forza della sua Risurrezione, e non può fare a meno di comunicare questa esperienza”.
Ma andiamo per ordine.
Davanti ai fedeli riuniti a mezzogiorno Papa Francesco si è soffermato sulla pagina degli Atti degli Apostoli che si legge nella Liturgia di domenica, la Terza di Pasqua e ha ricordato che “la prima predicazione degli Apostoli a Gerusalemme riempì la città della notizia che Gesù era veramente risorto, secondo le Scritture, ed era il Messia annunciato dai profeti”. Alla reazione dei sommi sacerdoti e i capi della città, che “cercarono di stroncare sul nascere la comunità dei credenti in Cristo e fecero imprigionare gli Apostoli, ordinando loro di non insegnare più nel suo nome”, Pietro e gli altri Undici risposero che “bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. Per questo furono flagellati e fu comandato loro “nuovamente di non parlare più nel nome di Gesù”, ma “essi se ne andarono, e così dice la Scrittura, ‘lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù’”.
“Io mi domando: dove trovavano i primi discepoli la forza per questa loro testimonianza? Non solo: da dove venivano loro la gioia e il coraggio dell’annuncio, malgrado gli ostacoli e le violenze?”, ha chiesto il pontefice aggiungendo che “gli Apostoli erano persone semplici, non erano scribi, dottori della legge, né appartenenti alla classe sacerdotale”. Dunque, “come hanno potuto, con i loro limiti e avversati dalle autorità, riempire Gerusalemme con il loro insegnamento?”. Per Papa Francesco, “è chiaro che solo la presenza con loro del Signore Risorto e l’azione dello Spirito Santo possono spiegare questo fatto”. Sì, ha aggiunto a braccio, “è il Signore che era con loro e lo Spirito che li spingeva alla predicazione spiega questo fatto straordinario”. Insomma, “la loro fede si basava su un’esperienza così forte e personale di Cristo morto e risorto, che non avevano paura di nulla e di nessuno, e addirittura vedevano le persecuzioni come un motivo di onore, che permetteva loro di seguire le orme di Gesù e di assomigliare a Lui, testimoniandolo con la vita”.
E nel pomeriggio, nella Basilica paolina di Roma, ha voluto sottolinerare che nel disegno di Dio ogni “dettaglio è importante, anche la tua, la mia piccola e umile testimonianza, anche quella nascosta di chi vive con semplicità la sua fede nella quotidianità dei rapporti di famiglia, di lavoro, di amicizia.”
Usa tre verbi papa Bergoglio: “Annunciare, testimoniare, adorare” e invita a fare “un passo avanti: l’annuncio di Pietro e degli Apostoli non è fatto solo di parole, ma la fedeltà a Cristo tocca la loro vita, che viene cambiata, riceve una direzione nuova, ed è proprio con la loro vita che essi rendono testimonianza alla fede e all’annuncio di Cristo”. Ricordando le parole di Gesù a Pietro sul lago di Tiberiade, ha precisato: “È una parola rivolta anzitutto a noi Pastori: non si può pascere il gregge di Dio se non si accetta di essere portati dalla volontà di Dio anche dove non vorremmo, se non si è disposti a testimoniare Cristo con il dono di noi stessi, senza riserve, senza calcoli, a volte anche a prezzo della nostra vita”. Ma questo “vale per tutti: il Vangelo va annunciato e va testimoniato. Ciascuno dovrebbe chiedersi: come testimonio io Cristo con la mia fede? Ho il coraggio di Pietro e degli altri Apostoli di pensare, scegliere e vivere da cristiano, obbedendo a Dio?”. Certo, ha ammesso Papa Francesco, “la testimonianza della fede ha tante forme, come in un grande affresco c’è la varietà dei colori e delle sfumature; tutte però sono importanti, anche quelle che non emergono”. Per il papa “ci sono i santi di tutti i giorni, i santi ‘nascosti’, una sorta di ‘classe media della santità’, come diceva uno scrittore francese”.. Questa “classe media della santità” di cui tutti “possiamo fare parte”. Ma, ha avvertito il Papa, “in varie parti del mondo c’è anche chi soffre, come Pietro e gli Apostoli, a causa del Vangelo; c’è chi dona la sua vita per rimanere fedele a Cristo con una testimonianza segnata dal prezzo del sangue”. Per essere veri testimoni si deve vivere vicini a Gesù e “vivere un rapporto intenso con Gesù, un’intimità di dialogo e di vita, così da riconoscerlo come “il Signore”, da adorarlo”, e per questo dobbiamo chiederci: “Tu, io, adoriamo il Signore? Andiamo da Dio solo per chiedere, per ringraziare, o andiamo da Lui anche per adorarlo? Che cosa vuol dire allora adorare Dio? Significa imparare a stare con Lui, a fermarci a dialogare con Lui, sentendo che la sua presenza è la più vera, la più buona, la più importante di tutte”.
Adorare Dio significa metterlo al primo posto e fargli guidare la nostra vita, spiega il Papa, che significa “spogliarci dei tanti idoli piccoli o grandi che abbiamo e nei quali ci rifugiamo, nei quali cerchiamo e molte volte riponiamo la nostra sicurezza. Sono idoli che spesso teniamo ben nascosti; possono essere l’ambizione, il gusto del successo, il mettere al centro se stessi, la tendenza a prevalere sugli altri, la pretesa di essere gli unici padroni della nostra vita, qualche peccato a cui siamo legati, e molti altri.” Come un buon parroco il Papa lascia un pensiero a tutti da portare a casa: “Questa sera vorrei che una domanda risuonasse nel cuore di ciascuno di noi e che vi rispondessimo con sincerità: ho pensato a quale idolo nascosto ho nella mia vita, che mi impedisce di adorare il Signore? Adorare è spogliarci dei nostri idoli anche quelli più nascosti, e scegliere il Signore come centro, come via maestra della nostra vita”. Di qui l’invito a ricordare che “non si può annunciare il Vangelo di Gesù senza la testimonianza concreta della vita. Chi ci ascolta e ci vede deve poter leggere nelle nostre azioni ciò che ascolta dalla nostra bocca e rendere gloria a Dio!”. “Mi viene in mente adesso – ha aggiunto a braccio – un consiglio che San Francesco di Assisi dava ai suoi fratelli: predicate il Vangelo e se fosse necessario anche con le parole. Predicare con la vita, la testimonianza”. Per il Pontefice, “l’incoerenza dei fedeli e dei Pastori tra quello che dicono e quello che fanno, tra la parola e il modo di vivere, mina la credibilità della Chiesa”.



