Dialogo interculturale e migrazione: ieri un convegno alla Lateranese

Roma – L’approccio delle barriere non tiene in dovuta considerazione che i migranti sono costruttori di una rete di rapporti di scambio che vanno oltre le frontiere” e sono “quasi strumenti privilegiati per intessere rapporti tra Paesi, culture e aree differenti”. Così mons. Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense, ha aperto ieri pomeriggio in ateneo la seconda giornata internazionalistica sul “Dialogo interculturale e migrazione. Il ruolo del diritto e delle istituzioni internazionali”. I migranti sono, per il vescovo, “strumento di crescita e beneficio sia per le aree di origine che per quelle di approdo”, dove “colmano le lacune di mancata forza lavoro in alcuni settori e la limitata crescita delle popolazioni rispetto alle esigenze dell’economia”. Di fronte alla coabitazione a volte “difficile”, il diritto internazionale è chiamato a “dotarsi di un nuovo paradigma per superare quell’approccio tradizionale legato alla sola protezione dello straniero, o alla sanzione come mezzo per affrontare le situazioni patologiche della mobilità umana”. Il rettore ha infine auspicato un “diritto internazionale capace di operare una riconciliazione che domanda dialogo e passa anche attraverso regole e strutture” che “devono partire dal presupposto che la mobilità umana riguarda persone che attendono atteggiamenti solidali e capacità di accoglienza secondo giustizia”. Dei trend delle migrazioni e di “approccio globale ai mutamenti globali” ha parlato il direttore generale dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni William Lacy Swing: “Se su sette bilioni di persone, un bilione sono migranti, che si spostano nel 70% dei casi internamente, la migrazione internazionale crescita più veloce che nei passati 25 anni. L’invecchiamento della popolazione “fa sì che nel 2050 in Europa ci sarà un deficit di quaranta milioni di lavoratori, dunque il cambiamento migratorio è inevitabile, necessario e desiderabile”. E se “il nord invecchia e il sud è sempre più giovane”, è importante, ha spiegato, “intensificare il dialogo” e “sviluppare capacità di ricostruire strutture forti nelle nazioni che assistono al loro depauperamento” per “cercare di riportare le persone nei loro territori”. Si configurano, così, “tre pilastri per lo sviluppo sostenibile”: da un punto di vista economico, c’è la “crescita e l’impiego per la popolazione mondiale crescente”, a livello di “sviluppo umano e sociale occorre tener conto del “trasferimento del sapere, del potenziamento delle donne di un maggiore accesso alla sanità e all’acqua pulita”; a livello ambientale, infine, rispetto “ai rischi globali del cambiamento climatico e dell’urbanizzazione”. “I migranti che arrivano non sono braccia per lavoro, ma persone con una storia, delle convinzioni sociali e religiose, delle abitudini proprie”, per questo, ha sottolineato l’arcivescovo Silvano Tomasi, rappresentante permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni, “le modalità di coinvolgimento delle chiese nelle migrazioni riguardano diversi ambiti: di assistenza, accompagnamento, motivazione e azione politica”. L’evoluzione del pensiero della Chiesa e della sua prassi pastorale sulla mobilità umana “mostrano un coinvolgimento continuo e realista”, da Leone XIII fino ai “diritti fondamentali inalienabili dei migranti” rivendicati da Benedetto XVI nella Caritas in Veritate passando per Pio XII che scriveva che è importante “creare una opinione pubblica in favore dei migranti”. Le migrazioni “annunciano il futuro” e hanno “la capacità di trasformare intere società”: sono la “luce rossa d’allarme che denuncia squilibri economici, sociali, violenti conflitti e abusi di diritti”, ma “allo stesso tempo annunciano inedite possibilità di collaborazione per costruire un futuro comune più umano e più fraterno”. (SIR)