Rossano – Un’altra notte di avvistamenti, soccorsi ed emergenza per accogliere i 70 migranti giunti con un’imbarcazione di fortuna a Cariati, nel Basso Jonio cosentino. È l’ultimo anello d’una catena che si sta allungando a dismisura, confermando che le partenze sono ricominciate e bisogna essere pronti a fronteggiarle. Sono cambiate le destinazioni, non più Lampedusa ma anzitutto la Calabria e quindi il continente, perché pare siano diversi i luoghi di partenza: non tanto le coste libiche e tunisine ma Turchia ed Egitto. Secondo i primi riscontri e quanto appurato da uno degli scafisti, identificato e arrestato ieri tra i disperati, i settanta, tra cui venti minori, erano partiti da una spiaggia egiziana con una nave che al largo della Calabria li ha scaricati in mare sul barcone d’una decina di metri con cui sono miracolosamente giunti a Cariati. Alcuni avevano fratture e sono stati ricoverati in vari ospedali. La maggior parte era solo disidratata e prostrata dal viaggio, tra loro anche un disabile. Sono stati inizialmente sistemati in una struttura cittadina, ma già ieri, con l’identificazione, sono stati divisi in base a nazionalità ed età. I maggiorenni egiziani, il gruppo più numeroso, già oggi saranno all’aeroporto di Lamezia per il rimpatrio. Cruciale il ruolo del volontariato cattolico, coordinato dal parroco, don Mosè Cariati, e del direttore diocesano Migrantes, Giovanni Fortino, che ieri ha accolto l’arcivescovo di Rossano-Cariati, Santo Marcianò, il quale ha messo a disposizione il seminario diocesano per accogliere i minori. Meno d’una settimana fa gli ultimi sbarchi. Tra il primo e il 2 maggio s’era incagliato nel Reggino un barcone battente bandiera olandese con 46 irregolari provenienti dall’Afghanistan, tra cui 19 bambini, un neonato e 2 donne incinte. All’alba di giovedì 2 un arrivo nel Siracusano: 27 persone, tra cui 5 minori, afgani e siriani, su un barca a vela. Sempre il primo maggio, nel pomeriggio, una barca a vela con a bordo 9 persone di etnia orientale, fra cui alcuni minorenni, era stata intercettata al largo del Salento. Sempre il primo maggio una sessantina di siriani ed eritrei a bordo di un barcone sono stati soccorsi nello Jonio tra le province di Catanzaro e Reggio Calabria. Padre Bruno Mioli dirige il centro diocesano Migrantes dell’arcidiocesi di Reggio-Bova, ma in passato è stato direttore nazionale del settore immigrati e profughi nella fondazione Migrantes. Apre uno sguardo interessante sull’accoglienza made in Calabria. “Qui c’è una comprensione del disagio, i poveri aiutano i poveri”. Ricorda la facilità con cui sono stati raccolti indumenti e cibo per una cinquantina di persone giunte a Reggio da Lampedusa. Così come è stato semplice, grazie all’aiuto delle istituzioni, trovare accoglienza per i 170 anch’essi trasferiti in città nei mesi passati. “La prima accoglienza è stata ottima”, spiega padre Mioli, che aggiunge: “Il volontariato s’è fatto in quattro. I critici ci sono sempre ma fra la gente predomina la comprensione. Qui non è ipotizzabile temere che gli immigrati rubino il posto ai calabresi, anche se la situazione è disperata pure per loro”. (D. Marino – Avvenire)



