La violenza dei caporali sugli immigrati di Rosarno

Rosarno – «Situazione di vita disumana», «trattamento economico iniquo», «prestazione lavorativa gravosa e sottopagata », «abnorme orario di lavoro», «prestazioni lavorative rischiose per la salute senza la necessaria strumentazione e formazione antinfortunistica». Sono le «degradanti» e «discriminatorie» condizioni di lavoro degli immigrati, regolari e non, impiegati ‘in nero’ a Rosarno, così come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere tre imprenditori agricoli calabresi e un ‘caporale’ del Burkina Faso. Ed è proprio lui, Alphonse Mara, a raccontare ai magistrati della procura di Palmi cosa accade ancora oggi nella Piana di Gioia Tauro a tre anni dalla rivolta degli immigrati contro le violenze e lo sfruttamento.

 
«La mattina verso le otto esco di casa e vado nell’azienda agricola di Salvatore il quale mi dice quante persone gli servono per la raccolta di a¬grumi; dopodiché, che che il Salvatore mi ha indicato il terreno dove effettuare la raccolta, io vado a prendere i miei connazionali che si trovano lungo la via principale di Drosi. Quando c’è tanto lavoro – prosegue il ‘caporale’ –, di solito faccio anche due trasporti». Prelevare, usa questo verbo il ‘caporale’ e, in effetti, sul suo furgone Transit, omologato per nove persone, ne faceva salire fino a 15 che, scrive il gip Paolo Ramondino, «si posizionavano talvolta uno sopra l’altro». Anzi, «per rendere più capiente l’abitacolo sono stati addirittura rimossi i sedili posteriori, sostituiti con cassette di plastica ove i braccianti erano costretti a sedersi durante il trasporto, nonostante i conseguenti gravi rischi».
Ma è solo l’inizio della giornata di sfruttamento, che dura dall’alba al tramonto con una paga «che può aggirarsi sui 25 euro al giorno». Pagamento a cottimo, «un euro a cassetta per i mandarini; 50 centesimi per le arance». Ma, avverte il magistrato, «bisogna comunque detrarre 3 euro pretesi e trattenuti direttamente dallo stesso caporale a titolo (pretestuoso) di spesa per il trasporto». In realtà «costituisce una ‘tangente’ che i braccianti sono costretti a versare al caporale, pena l’interruzione immediata del rapporto di lavoro» (gli hanno trovato a casa anche i quaderni della contabilità). Lo conferma il fatto che devono pagare anche gli immigrati che si recano al lavoro con propri mezzi. Lo hanno detto loro stessi. Dabre Yahaya «ha riferito di recarsi solitamente al lavoro in bicicletta, ma che comunque l’Alphonse vuole lo stesso i ‘tre euro per la benzina’». E lo conferma Sare Mahadi, spiegando che «suo malgrado accetta di versare i 3 euro posto che, in caso di rifiuto, lo stesso Alphonse, parlando con il suo padrone, gli farebbe perdere il lavoro. ‘Visto che che ho la necessità di lavorare e quindi guadagnare dei soldi per poter vivere sono costretto a non oppormi’».
Insomma, scrivono i magistrati, gli imprenditori Rocco e Salvatore Gullini e Gennaro Paolillo, «hanno imposto disumane e degradanti condizioni di lavoro, approfittando della condizione di povertà e di bisogno dei lavoratori extracomunitari, conseguente anche alla condizione di clandestinità di gran parte di costoro, avvalendosi della forza intimidatrice del caporale anche mediante gravi minacce di ritorsioni». Un sistema, avverte il procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo, «che vede la ripresa del vecchio sistema del caporalato, ma noi non abbiamo certo abbassato la guardia». Così oltre agli arresti, agli sfruttatori sono state sequestrate aziende e mezzi, mentre gli immigrati che hanno parlato potranno ottenere il permesso di soggiorno per motivi di giustizia. (Antonio Maria Mira – Avvenire)