Città del Vaticano – “Le migliori norme giuridiche e i più generosi programmi di assistenza servono a poco se gli attori responsabili per l’attuazione delle norme e per eseguire i programmi non partono dalla convinzione che prima di tutto l’altro, il rifugiato, il richiedente asilo, lo sfollato, in qualunque circostanza, rappresenta una persona umana che ha diritto al riconoscimento della sua dignità”. Lo ha detto oggi Christopher Hein, direttore del Cir intervenendo alla Plenaria del Pontificio Consiglio per i migranti e gli Itineranti.
Dedicando il suo intervento all’analisi del fenomeno delle migrazioni forzate in Europa e Africa Hein ha sottolineato come “oggi la distinzione tra migrazione volontaria e forzata si è fatta più complessa rispetto al passato, e propone come criterio distintivo il bisogno di protezione”. Per il direttore del Centro Italiano per i rifugiati “la procedura per riconoscere la protezione internazionale ad un richiedente asilo, per esempio in Italia, può durare un anno o più, investe varie amministrazioni dello Stato e comporta un notevole costo sia burocratico sia per l’accoglienza delle persone. È impensabile applicare una simile procedura, ferma restando la sua criticità, per esempio, nei confronti di almeno 1.3 milioni di profughi siriani in Turchia, Giordania, Libano; agli oltre 500 mila profughi somali in Kenya o in Etiopia”. Tra le sfide Hein cita “la messa in opera del Sistema Europeo Comune di Asilo, ovvero l’insieme delle norme sull’accoglienza di richiedenti asilo, sulle qualifiche per la protezione internazionale e diritti derivanti, sulla procedura d’asilo e sulla determinazione dello Stato membro responsabile per l’esame di una richiesta d’asilo”, “la cooperazione tra gli Stati membri e la solidarietà tra di loro per Paesi che, per la loro esposizione geografica, per la criticità delle condizioni economiche e per la mancanza di strutture amministrative e operative adeguate non sono in grado di sopportare l’accoglienza e l’integrazione di un numero maggiore di profughi” e “l’assicurare che l’esternalizzazione delle frontiere esterne dell’Unione Europea non impedisca l’accesso alla protezione per chi ne ha bisogno”.
“Il viaggio dei nostri fratelli e sorelle esiliati – ha detto poi Padre Maurizio Pettenà, direttore nazionale dell’Ufficio Cattolico d’Australia per i Migranti – inizia con grande sofferenza, spesso con la perdita di persone care, genitori, fratelli e figli. Essi spesso perdono la loro amata patria per sempre e non saranno mai più in grado di farvi ritorno. Poi, rischiano la vita soltanto per la debole speranza che la loro situazione possa essere migliorata”. Nel chiedere asilo “si voltano inaspettatamente, come fa Gesù – ha concluso – per chiedere la nostra affabilità. La nostra accoglienza, la compassione, l’assistenza e l’ospitalità sono una benedizione non solo per i richiedenti asilo, ma soprattutto per la comunità ospitante, che riceve un grande privilegio nel servire Dio in questo modo speciale”.
In America Latina oggi vediamo che molte migrazioni sono “la conseguenza di cattive condizioni economiche, della mancanza di beni di prima necessità, di calamità naturali, guerre e disordini sociali”, ha detto mons. Alessandro Ruffinoni, vescovo di Caziad do Sul in Brasile sottolineando che la migrazione sta diventando “un calvario in cui il migrante si trasforma in vittima, è sfruttato e umiliato”. Tra le conseguenze della migrazioni cita il traffico di esseri umani e il lavoro forzato e evidenzia che i gruppi più vulnerabili al traffico di esseri umani sono le donne e i bambini oltre a non dimenticare, tra le migrazioni forzate, i rifugiati.
“Per molti anni – ha detto il presule – abbiamo costruito muri. È tempo ora di costruire ponti. Il muro frena, sbarra, separa. Il ponte unisce, abbraccia. Il muro è incrociare le braccia sul petto e chiudersi in se stessi. Il ponte elimina le distanze, favorisce l’incontro. Costruire muri crea un clima di terrore e di persecuzione dei migranti e li espone allo sfruttamento. Costruire ponti promuove la dignità e la pacifica convivenza”. Da qui l’augurio che i governi possano attuare politiche migratorie di rispetto e protezione dei diritti umani di tutti i migranti e delle loro famiglie, favorendo una cultura dell’accoglienza, della solidarietà e della pace. La Chiesa non è legata a nessuna cultura, a nessun interesse particolare e a nessun popolo. Si esprime – ha concluso – in tutte le lingue e abbraccia tutte le lingue. Essa è madre di tutte le nazioni e di tutti i popoli. È madre e non è, né può essere, straniera in nessun luogo. Nella Chiesa nessuno è straniero”. (R.I.)



