Card. Vegliò: gli Stati aprano le porte a chi fugge dalle guerre

Roma – La Convenzione sui rifugiati del 1951 garantisce “sufficientemente i diritti che promuovono il “benessere” di rifugiati e richiedenti asilo. “Essi sono abbastanza estesi. Tuttavia, al giorno d’oggi, i governi non rispettano più e non mettono in atto questi diritti. Questo si traduce nella riduzione degli standard umanitari e nell’insorgere di situazioni difficili”. Lo afferma oggi il card. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, in una intervista alla Radio Vaticana alla vigilia della presentazione del documento “Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate, orientamenti pastorali”, redatto dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e dal Pontificio Consiglio Cor Unum. Il testo, strumento di lavoro della recente plenaria del dicastero per i migranti, sarà presentato domani mattina nella Sala Stampa della Santa Sede.
Per il porporato l’accesso alla procedura di asilo “dovrebbe essere facilitata e, in base a ciò, la chiusura delle frontiere non è una risposta accettabile. Sono state adottate numerose misure per rendere più difficile ottenere l’accesso al territorio dei Paesi Europei e l’avvio della domanda d’asilo. Tale atteggiamento favorisce il contrabbando di persone e porta a situazioni pericolose, ad esempio per gli attraversamenti via mare. Il ricorso alla detenzione dovrebbe durare soltanto il più breve tempo possibile e per motivi ben precisi. Allo stato attuale, invece, si nota che la detenzione è praticata quasi indiscriminatamente. In altre parti del mondo, vi sono governi che non consentono ai rifugiati di lavorare e neppure permettono loro di muoversi liberamente. Il risultato – spiega il card. Vegliò –  è che i rifugiati rimangono bloccati nei campi profughi in condizioni di dipendenza dalle razioni di cibo. Anche essi hanno il diritto alla casa, al libero esercizio di culto e all’educazione religiosa, solo per citare alcuni dei loro diritti. I Paesi dovrebbero garantire i diritti dei rifugiati e agire secondo lo spirito della Convenzione del 1951, andando incontro a chi è nel bisogno, accogliendolo e trattandolo come si farebbe con cittadini autoctoni. I Paesi dovrebbero rispettare i diritti di coloro che fuggono e dovrebbero accoglierli in modo da onorare gli impegni assunti con la sottoscrizione della Convenzione. Inoltre, la protezione deve essere data anche alle persone nelle diverse forme di migrazione forzata. Questo può variare dalla concessione di un permesso di soggiorno alle vittime del traffico di esseri umani alla possibilità di accedere alla cittadinanza per gli apolidi”.
Il documento – aggiunge ancora i presidente del dicastero Vaticano – fa una distinzione a tre livelli: “quello dello sviluppo internazionale, quello delle necessità che emergono dopo una guerra civile o il rapido succedersi dell’assistenza in situazioni di emergenza verso realtà di sviluppo organizzato, e infine le condizioni necessarie per far sì che possano essere realizzate soluzioni per l’integrazione o il rimpatrio volontario dei singoli profughi. Tutti dovrebbero ricevere mezzi sufficienti per affrontare le necessità della vita. Tuttavia, esistono disuguaglianze fondamentali nel sistema economico mondiale, che devono essere corrette. L’insegnamento della Chiesa, anche nei suoi interventi presso le Nazioni Unite, copre l’intera gamma dei bisogni quotidiani e attivamente li affronta. Questo esige che si introducano politiche di sradicamento della povertà. La Santa Sede sottolinea, tra gli altri, i seguenti aspetti: mettere al centro del dibattito politico i poveri come persone che hanno uguale dignità, in modo da promuovere la loro partecipazione ai processi decisionali e amministrativi, incrementare i servizi di assistenza pubblica tenendo conto dei poveri in misura prioritaria, onorando l’impegno di raggiungere la quota dello 0,7%, cancellare il debito dei Paesi fortemente indebitati e dei Paesi meno sviluppati, con disposizioni che non li inducano nuovamente in condizioni di indebitamento, promuovere una riforma finanziaria e commerciale per far funzionare i mercati a favore dei Paesi in via di sviluppo, favorire il buon governo e la lotta alla corruzione, diminuire le spese militari, sviluppare ulteriori attività di ricerca e rendere disponibili farmaci contro l’Aids, la tubercolosi, la malaria e altre malattie tropicali. Papa Benedetto XVI ha dato forte enfasi a questi punti in una lettera del 16 dicembre 2006 al Cancelliere Angela Merkel. Situazioni di post-conflitto richiedono che tutti coloro che sono impegnati in attività umanitarie e di sviluppo collaborino per ridurre la povertà e dare concretezza alle risoluzioni adottate. È necessaria una sufficiente piattaforma finanziaria per garantire uno sviluppo sostenibile e il processo di ricostruzione. Il tempo tra la fase di emergenza e il coinvolgimento nella ricostruzione di una società deve essere il più breve possibile. Molte volte, purtroppo – aggiunge ancora – si deve notare che il ritorno volontario dei rifugiati non è né sostenibile né volontario. Le persone dovrebbero essere riportate a casa con dignità e sicurezza. Questo richiede una buona e adeguata formazione scolastica e professionale, servizi sociali di base e corrispondente assistenza sanitaria. Si scopre, invece, che sono le disponibilità finanziarie a determinare la qualità del ritorno. È successo più di una volta che non è stato possibile fornire viveri a sufficienza o appropriate misure contro la malaria, per il fatto che le risorse erano carenti. Il rimpatrio volontario non ha il semplice significato di un ritorno indietro, altrimenti vi è il rischio che le persone passino da una situazione difficile a una vita di miseria nel loro Paese d’origine”.
Il card. Vegliò sottolinea che molti sacerdoti, religiosi e laici sono impegnati nell’apostolato con queste persone. (R.Iaria)