“Italians?”: Cibo, moda e stereotipi

Roma – Il nostro vino è considerato migliore di quello francese, ed è Milano la vera capitale della moda, non Parigi. Sono solo alcune delle sorprese che, assieme a stereotipi e contraddizioni, emergono dal sondaggio “L’Italia secondo i giovani americani”, realizzato dalla Fondazione Italia-Usa in collaborazione con la Loyola University of Chicago e presentato lunedì a Palazzo San Macuto, presso la Camera dei Deputati. Stando ai risultati, i giovani statunitensi hanno una buona conoscenza e molte idee sul nostro Paese, ma anche tanta confusione. Basti pensare che assieme alla posizione di preminenza nel campo della moda, la metà di loro ritiene che le nostre calzature più comuni siano gli stivali di pelle. Il cibo rimane lo stereotipo predominante e, ad un tempo, la miglior attrattiva che il Bel Paese possa offrire. E se da un lato il gettonato refrain d’Oltreoceano su pizza e spaghetti comincia ad annoiare, dall’altro, però, emerge la nostra capacità di attrarre e fare tendenza sfruttando la miglior tradizione gastronomica italiana, il successo di Eataly a New York ne è solo un esempio. Opinioni ben precise anche su economia e crisi. L’80% degli studenti intervistati è informato sulla vicenda Fiat Chrysler, o almeno crede che la sede dell’azienda debba essere a Detroit, mentre il 65% considera la joint venture più vantaggiosa per noi che per il colosso americano. Ma questo sarebbe dovuto, secondo Lucio D’Ubaldo, presidente della Fondazione Italia-Usa, “a un’attenzione riconducibile a una ricerca di sicurezza e al desiderio di avere in casa una produzione possibile”, desiderio che la crisi avrebbe accresciuto. Stupisce invece che, a fronte di un vivo interesse per il caso Fiat, solo il 43% sappia dell’esistenza della Commissione europea, e un giovane americano su quattro non conosce nemmeno il Parlamento europeo. Dispiace infine che appena il 37% di loro abbia visto film italiani, e va ancora peggio per la nostra musica, arrivata alle orecchie di un solo giovane americano su cinque. Stereotipi e contraddizioni, nulla di diverso in fondo dalla storia dei rapporti che ci legano agli Usa. (M. Marcelli – Avvenire)