Storie di stranieri di casa

Roma – Italia Paese della bellezza, Italia patria della moda. Nessun popolo è notoriamente più amante dell’estetica degli italiani. Quale settore migliore, insomma, per inventarsi un lavoro se non questo?
Non un mestiere qualsiasi, ma un’azienda che coniughi innovazione e tradizione negli accessori e nella cosmesi.
Marcin Saracen e Tito Anisuzzaman hanno appunto investito nell’arte del bello, trasmessa loro dai nonni; l’uno con le terre e i saponi naturali e l’altro intrecciando fili, oggi trasformati in gioielli unici.
Parlano lingue diverse, ma hanno la stessa scala di valori: l’azienda è la loro casa e i dipendenti, la loro famiglia in Italia.
Da bottega artigiana a impero. Il salto di qualità per Marcin, “paziente e ambizioso polacco” si autodefinisce, è arrivato nel 2005 quando a 26 anni si trasferisce nel nostro Paese con una laurea in Economia in tasca e la voglia di cambiare vita. Nel 2006 ha l’intuizione di puntare sulle essenze naturali, tanto usate in Polonia, per farne prodotti che delizino l’olfatto. “Il successo in Italia era garantito – dice sorridendo – perché agli italiani piacciono tanto profumi e cosmetici”. Oggi vive tra Milano, Lugano e la sua città d’origine, Breslavia, per gestire FM Group Italia, l’azienda fondata con un amico d’infanzia che conta 90 dipendenti. La sua è una delle realtà leader nella vendita diretta di prodotti di bellezza con un fatturato di 26 milioni di euro. Da piccolo voleva solo essere felice, ma da grande ha scoperto che la felicità vera arriva solo “alla nascita di un figlio”. Per Marcin, comunque, la chiave del successo sta in tre parole: ambizione “per proiettare nel futuro il sogno iniziale”, tenacia per non “scoraggiarsi davanti alle difficoltà di una start up” e ascolto “per capire i bisogni delle persone”.
Ascolto degli altri. Una dote che ha anche Tito, trentaduenne bengalese, quando continua a ripetere che non ce l’avrebbe fatta senza i consigli dei suoi dipendenti. Otto asiatici assunti lo scorso anno, “per aiutare la mia comunità”, nel suo neonato laboratorio orafo ad Arezzo, dove continua a lavorare come operaio. Arrivato dal Bangladesh nel 1999, inizia col fare l’apprendista, si specializza e nel 2007 lancia Amici International. “Io ho faticato tanto per arrivare fino a qui oggi – quasi si commuove – trattando i miei lavoratori come se fossero miei fratelli. Continuerò così”. È un giovane che ha imparato presto a lavorare di fantasia e ora assembla e lega materiali preziosi per renderli speciali oggetti d’arte. Nel 2012, in piena crisi, ha aumentato di sei volte il suo fatturato e per il prossimo anno prevede di crescere ancora (+20%). “Ho versato fino all’ultimo centesimo per i miei dipendenti”, precisa con soddisfazione, perché il dare l’esempio per Tito è un fattore non negoziabile. Orgoglioso dei suoi risultati e del “clima familiare in azienda” creato in questi anni, crede fermamente che lavoro e integrazione in fondo siano “due facce della stessa medaglia”. Per questo, pensa che all’occupazione vada sempre affiancata la partecipazione alla vita di comunità, che gli immigrati frequentano “ancora troppo poco”. (Alessia Guerrieri)