Pescara – “Fino a 450 metri si poteva ancora stare bene, ma una volta oltrepassati i 500 si iniziavano ad avere 40, 42, 46 gradi di temperatura e ti sentivi soffocare. Si lavorava nudi, ma anche a stare nudi si sudava da impazzire quando il caldo era infernale, ci sfilavamo le mutande, le strizzavamo e le indossavamo nuovamente”. “Se posso permettermi di dire quello che penso, devo dire che siamo stati della gente venduta come carne di macellaio. Noi stranieri eravamo in balia di noi stessi, di quello che facevamo. Dirò di più: lavorare al fondo, alle condizioni in cui l’abbiamo fatto noi, è stato un crimine contro l’umanità. Gli amici belgi di quel tempo mi ripetevano spesso: Preferisco vedere mio figlio morire sotto il treno piuttosto che saperlo in miniera”. Sono alcune delle testimonianze riportate nel libro “Fumo nero-Marcinelle 1956-2006”, scritto dalla giornalista Paola Cecchini e presentato in occasione del cinquantenario della tragedia, presso il Parlamento europeo. La Cecchini è intervenuta a Pescara al convegno “Da Quaregnon a Marcinelle” in ricordo della tragedia mineraria del Bois du Cazier (8/8/1956), nota in Europa come “la catastrophe des italiens” dove 136 italiani, di cui 60 abruzzesi, persero la vita “per un sacco di carbone”. Nell’occasione gli è stato assegnato il riconoscimento “Lampada del Minatore”, attribuito a chi “ha saputo servire lo spirito dei Minatori di Marcinelle”. Il premio è stato conferito nel corso degli anni a Mimmo Calopresti (regista del film “La fabbrica dei tedeschi”), Antonio Frazzi (regista del film “Marcinelle”), Mario Perrotta ( regista ed attore de “Italiani cìncali”), Luca Vullo (autore del documentario “Dallo zolfo al Carbone”), Paolo di Stefano (giornalista del Corriere della Sera ed autore del libro “La catastrofa. Marcinelle 8 agosto 1956”) ed al Premio Nobel per la Pace Lech Walesa.



