Washington – La comunità cattolica statunitense torna a sollecitare una rapida approvazione, da parte del Congresso, della legge di riforma dell’immigrazione. Un provvedimento che riguarda, si calcola, circa undici milioni di persone che attualmente vivono praticamente in clandestinità, senza documenti. Nell’ultimo fine settimana — come rilevato dal Catholic News Service — diocesi e parrocchie di ventidue Stati hanno incentrato la loro riflessione e dato vita ad attività di sensibilizzazione proprio sul tema dell’immigrazione per spingere l’opinione pubblica a una presa di posizione netta e coraggiosa. Infatti, il Senato ha già approvato una legge di riforma che prevede un percorso di legalizzazione per gli immigrati senza documenti. L’iter di approvazione del progetto da parte della Camera dei Rappresentanti si è però complicato per l’opposizione di molti legislatori repubblicani che, tra l’altro, non vogliono che per mezzo della riforma sia concessa indiscriminatamente la cittadinanza statunitense agli immigrati. In una lettera, datata 8 settembre, il cardinale arcivescovo di Boston, Sean Patrick O’Malley, invita i fedeli ad affrontare il tema dell’immigrazione senza dimenticare le proprie radici. Infatti, ricorda, oggi gli immigrati «provengono in buona parte dall’Asia e dall’America Latina, ma le loro esigenze sono in molti modi simili a quelle dei nostri antenati». Per il porporato l’intervento della Chiesa su un terreno così delicato deve muoversi su un duplice binario, quello dell’intervento caritativo e quello non meno importante della sensibilizzazione dell’opinione pubblica e del mondo delle istituzioni. «Cerchiamo di fornire accoglienza nelle nostre parrocchie, nelle scuole e nelle agenzie di servizio sociale, ma anche di avere un posto nel dibattito pubblico per una politica equa e giusta». Nella sua veste di Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni, l’arcivescovo di Los Angeles, José Horacio Gomez, ha dichiarato che «per i cattolici è tempo di far sapere ai propri rappresentanti che essi appoggiano la riforma dell’immigrazione». Per il presule, l’attuale legislazione è totalmente inadeguata, con la conseguente divisione delle famiglie e milioni di persone, compresi i bambini, che vivono nell’indigenza. «Abbiamo bisogno della riforma dell’immigrazione — afferma il presule — per aiutare la nostra nazione a raggiungere il traguardo dell’uguaglianza e dell’uguale dignità di tutti». A Brooklyn, il vescovo Nicholas A. Di Marzio per la sua riflessione ha preso spunto dalla Lettera di san Paolo a Filemone, in cui, come è noto, l’apostolo delle Genti intercede per la sorte dello schiavo Onesimo. Un testo che ricorda l’esistenza della schiavitù, magari sotto altre forme, anche nel mondo moderno. In questo senso, il presule sottolinea che oggi gli immigrati, proprio per la mancanza di documenti, vivono una specie di schiavitù perché «non hanno la libertà e i diritti dei lavoratori di un Paese libero». Il presule ha quindi chiesto ai fedeli di unirsi nella preghiera nel chiedere l’«aiuto di Dio» perché i legislatori si convincano della necessità di una nuova legge che riconosca agli immigrati rispetto e la possibilità di una vera integrazione sociale. «Noi non possiamo tollerare l’immigrazione clandestina, ma chiediamo solo di istituire un sistema di immigrazione che consente ai lavoratori di venire in questo Paese e li rispetti per il loro lavoro».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche la lettera pastorale pubblicata congiuntamente dai vescovi dello Stato di Washington e diffusa, a partire da domenica scorsa, in tutte le parrocchie. Il vescovo di Yakima, Joseph Jude Tyson, ha precisato infatti all’agenzia Fides che il documento intende appunto sollecitare il Congresso degli Stati Uniti ad approvare la riforma, mettendo in evidenza tutto ciò «che i leader politici devono prendere in considerazione al momento di decidere leggi in materia di immigrazione». Nel documento si sottolinea la necessità di un cambiamento urgente della normativa vigente per far uscire dall’ombra più di undici milioni di persone che vivono senza documenti. La lettera evidenzia numerosi punti: il percorso di cittadinanza per gli immigrati privi di documenti, il ricongiungimento familiare, i programmi di formazione per i lavoratori immigrati su temi fondamentali come la salute e l’istruzione, l’aumento dei visti per i lavoratori qualificati, la sicurezza alle frontiere, i cambiamenti nella politica commerciale degli Stati Uniti. «Washington è noto per Starbucks e Microsoft — afferma il presule — ma molto poco si dice dell’agricoltura, e proprio questa genera ricchezza per lo Stato. La maggior parte delle persone che lavorano nel settore sono lavoratori immigrati, e sono qui perché abbiamo bisogno di loro». In sostanza, i vescovi dello Stato di Washington si dicono convinti che «i benefici generali portati dalla nuova legislazione supereranno il peso del nostro sistema attuale, che relega milioni di persone alla vita nell’ombra e li sottopone a sfruttamento e alla separazione familiare». (Osservatore Romano)



