Reggio Calabria – Emigrare da sempre fa parte della storia dell’uomo, ma emigrare verso l’ignoto, sotto la spinta di guerre e disordini abbinati a fame e miseria, in balia di tresche oscure della malavita organizzata cui sborsare un patrimonio di denaro, con la prospettiva incombente di salpare da una sponda del Mediterraneo e forse di non approdare mai ad altra sponda: tutto questo è un fatto nuovo, cronaca di questi giorni, di cui i mass media ci offrono ormai quotidianamente uno squallido spettacolo. Sotto gli occhi di tutti, in Italia e nel mondo, è la Sicilia, ma ormai la Calabria per queste drammatiche vicende le è una regione gemella: si contano ormai a decine gli sbarchi nel 2013; solo la settimana scorsa in Provincia di Reggio se ne sono contati cinque: uno a Brancaleone, qualche giorno prima a Gioia Tauro, doppio sbarco a Roccella Jonica, l’ultimo a Bagnara, tutti con un pesante carico umano che rasenta o supera di molto il centinaio di profughi, nella totalità siriani, eritrei, somali, tutti provenienti da terre dove la vita è resa impossibile; una vita che con la fuga disperata di cerca di mettere in salvo ma che da un momento all’altro può stroncare anche in acque calabresi, come al largo di Lampedusa, su barconi alla deriva, destinati a inabissarsi.
E quand’anche il peggio non venga a spegnere ogni speranza, grazie al rapido e coraggioso soccorso delle motovedette di Guardia Costiera, Finanza e di altre forze in uniforme o di volontariato, si constata che il nostro territorio non è attrezzato per una dignitosa prima accoglienza di questi disperati, uomini, donne e bambini, tanti bambini: se ne è fatto una penosa esperienza anche recentemente con quella massa di eritrei, approdati al porto di Reggio Calabria e rinchiusi nello “Scatolone”, in quella palestra presso lo stadio che non merita un nome più proprio. E’ appunto in quell’occasione che diversi organismi di area ecclesiale si sono incontrati, appena avuto notizia dello sbarco, ma l’organizzazione logistica e lo stato d’animo degli immigrati erano tali che si è trovato difficile prestare loro un qualche aiuto, salvo la distribuzione di indumenti. I rappresentanti allora di questi organismi si sono chiesti se non era opportuno creare tra loro un comitato, un coordinamento che, tenendoli sistematicamente in rete, rendesse possibile un intervento più tempestivo, più razionale ed anche più qualificato: si ritiene infatti che, mentre alcuni interventi sono condivisibili in cordiale collaborazione con le varie forze sociali e gruppi di volontariato, molteplici altri interventi ci sembrano particolarmente rispondenti alla natura e allo spirito dei nostri gruppi ecclesiali.
Nasce così il Coordinamento per aventi di emergenza: esso privilegia il contatto umano, stabilisce una amichevole relazione con i profughi, interessandosi dei familiari nel loro paese di origine o già presenti in Italia, favorendo il contatto con loro – nei limiti consentiti dai gestori del centro di accoglienza -, mettendo anche a disposizione cellulari o schede telefoniche; fare attenzione alle loro attese, cercare di cogliere i loro bisogni espressi e di intuire quelli non espressi; fornire consulenza in merito alla normativa italiana e alle procedure amministrative su immigrazione, asilo, protezione umanitaria; anche sul piano sanitario ritiene di poter fare qualcosa a integrazione di quanto viene prestato dalle figure istituzionali (Asl, Croce Rossa, Medico legale), particolarmente attraverso il Gris (Gruppo Immigrazione e Salute); offre il sostegno morale, invitando alla calma, alla pazienza, alla fiducia nelle istituzioni e scoraggia atti di intolleranza e di autolesionismo; ha risorse per intrattenere i bambini con giochi e divertimenti vari; nel caso di un prolungarsi della permanenza nel centro, esso provvede a corsi di alfabetizzazione per la lingua italiana; e non si esclude il discorso religioso, con discrezione e rispetto per l’appartenenza dei singoli gruppi e individui. Si è disponibili, all’occorrenza, anche alla distribuzione di indumenti e viveri di prima necessità specie per i piccoli.
Per ora una decina di gruppi ha dato convinta adesione: Caritas diocesana, Centro diocesano Migrantes, Ufficio missionario, Missione con cura d’anime per immigrati presso S. Agostino, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Centro di ascolto per immigrati “G. B. Scalabrini”, Comunità di vita cristiana (CVX), Masci e Agesci, Moci (Movimento di cooperazione internazionale) e Gris. Diciamo “per ora” perché il Coordinamento è aperto anche ad altri gruppi di ispirazione cristiana.
Negli ultimi giorni il Coordinamento ha proceduto a meglio definire la sua struttura: fa capo al Centro diocesano Migrantes che, con altri due componenti del gruppo, costituisce il Comitato direttivo, i cui membri provvedono a segnalare rapidamente a tutti i membri i casi di emergenza, chiedendo che cosa ciascuno di iniziativa sua è disposto a fare e quali possano essere le azioni comuni per l’intero gruppo; si distribuiscono fra i singoli gruppi alcuni compiti specifici. Importantissimo è completare al più presto un elenco di mediatori linguistici che sono di assoluta necessità. Il Coordinamento opera nell’ambito della diocesi, ma si tiene in stretto rapporto di informazione e di collaborazione con analoghe associazioni di altre diocesi. Viene confermato che il pronto intervento non si riferisce solo a sbarchi ma pure ad altre emergenze urgenze relative a gruppi o a singole persone immigrate.
Per garantire maggiore operatività a questa nuova realtà associativa si è chiesto al Prefetto della Provincia di darle un qualche pubblico riconoscimento, facilitando così l’accesso ai centri di accoglienza. (Bruno Mioli)



