Lampedusa: ripensare l’isola

Roma – Di ritorno da Lampedusa, con ancora negli occhi e nel cuore le immagini di sofferenza, abbandono, ma anche di solidarietà che nell’isola si raccolgono e si sperimentano , ho ripensato all’isola, terra di confine’. Lampedusa è una terra di confine dell’Italia, dell’Europa, ma anche del mondo, se pensiamo alle persone e famiglie di varie nazionalità arrivate soprattutto dal 2011 e in questo 2013 sull’isola. Mi fermo, anzitutto, sulla parola confine, in riferimento a Lampedusa. Il confine può essere considerato un luogo che ferma, una barriera, ma anche un limes, una via di passaggio, una porta. Le due accezioni di confine determinano due atteggiamenti diversi sul piano culturale, sociale e politico: l’uno indica paura, rifiuto, respingimento, indifferenza; l’altro indica incontro, conoscenza, condivisione. Nel confine indicato come barriera c’è soprattutto la preoccupazione del controllo. Nel confine luogo di passaggio, si dà importanza alla compagnia, all’accompagnamento, alla protezione, alla diversità delle persone. Se il confine è un’isola, come Lampedusa, diventano importanti il porto, l’approdo, il salvataggio in mare, l’accoglienza. Lampedusa è una città. Una città di confine non può non essere luogo di aggregazione, di partecipazione di tutti e per accogliere e accompagnare non ha bisogno di una ‘zona franca’, ma deve ripensare tutti i suoi luoghi importanti: il porto, la piazza, l’albergo, la scuola, la chiesa…Se la città è già isola, non può pensare altre isole al suo interno: diversamente non s’arricchisce del nuovo e dei nuovi, ma si impoverisce, diventa isola ancora di più. In altre parole, in un’isola non può essere esternalizzata l’accoglienza, ma direttamente assunta, come un nuovo progetto di vita, con la collaborazione di tutti, società civile e istituzioni. Lampedusa che accoglie e incontra lo fa con tutta se stessa, costruendo anche nuovi luoghi o rinnovando i luoghi di sempre (il Museo, la Biblioteca, il Centro di accoglienza, la parrocchia…), così che sappiano accompagnare e differenziare l’incontro con il migrante economico, il richiedente asilo o rifugiato, la famiglia e il minore non accompagnato, i credenti nelle diverse religioni, per cercare di conoscerli e tutelarli. In questa direzione, si ripensano nella città anche i luoghi e gli strumenti per la salute, la scuola, la casa, il lavoro, affrontando con i vecchi i nuovi problemi. Incontro, conoscenza e tutela, aiutano a fare memoria, ad affrontare povertà di conoscenze e di informazioni e quindi favoriscono il superamento della paura e dei pregiudizi, passando “da una cultura dello scarto a una cultura dell’incontro”, come ammonisce Papa Francesco nel Messaggio della prossima Giornata del migrante e del Rifugiato. La Chiesa di Lampedusa che accoglie è una Chiesa che cerca di moltiplicare i ‘segni’, coerenti, intelligenti, le esperienze di conoscenza e di incontro dentro e non parallelamente alla città: quasi una sentinella che nella notte della confusione, dello sconforto, del disagio offre agostinianamente motivi per costruire la città diversamente.