Roma – Mi è accaduto di vedere, davanti a un supermercato in cui un giovane di colore stazionava infreddolito, un magrebino dall’aria grifagna che passava a raccogliere l’elemosina appena offerta al ragazzo. È la sintesi, in fondo, di una coraggiosa inchiesta di Valeria Coiante che Rai Storia, canale 54, ha mandato in onda mercoledì sera nel programma Crash – contatto impatto convivenza, non facilitato, come altri della rete, da titoli eleganti ma ermetici per il pubblico. Prendendo avvio da una ricognizione dei tragici fatti di Lampedusa, il servizio ha indagato sul “dopo” degli emigranti approdati in Italia nel 2011. E in un viaggio da Catania a Bologna a Torino, dove è stato interrogato Durando, direttore di “Migrantes”, si è visto quanto sia sofferta e umiliante l’esistenza di coloro che con ingenua fiducia hanno affrontato un viaggio spesso mortale. Perché dopo essere usciti – o fuggiti – dai luoghi offerti dalla nostra ospitalità, vere e proprie prigioni, i migranti devono cercare di eludere una legge, quella firmata a Dublino nel 2003 dalla UE, che li costringe a restare nel paese di approdo, liberando l’Europa da responsabilità di accoglienza: e allora come mendicanti devono sottostare a condizioni di vita disumane, accattoni o arruolati dalla malavita, oppure – e sono pochi – a sistemazioni di lavoro in nero iugulatorie e a gesti di forza che li mettono dalla parte del torto e inimicano gli italiani, come l’occupazione delle case. Molti si rivolgono in estate alla raccolta dei pomodori in Puglia: anche qui condizioni di vita meschine, non tanto a causa dell’avidità criminale dei datori di lavoro – ne vediamo situazioni inaccettabili – ma del loro stesso “caporalato”, migranti contro migranti, neri contro neri con ricatti, minacce, sopraffazioni ed estorsioni. Così che i poveretti si trovano a vivere qui le medesime prepotenze vessatorie che li hanno spinti a fuggire dalla patria animati da speranze tradite. (Mirella Poggialini – Avvenire)



