Ginevra – “La Svizzera ha bisogno di continuare a essere un luogo che accoglie lo straniero”. È quanto ha detto il segretario generale del World Council of Churches (WCC), Olav Fykse Tveit, commentando i risultati del referendum “contro l’immigrazione di massa” che, domenica scorsa, con una maggioranza di poco più del 50 per cento, ha stabilito la reintroduzione nella Confederazione elvetica di tetti massimi per l’immigrazione di stranieri, cittadini dell’Unione europea, frontalieri e richiedenti asilo inclusi. Il leader dell’organizzazione ecumenica ha espresso solidarietà e vicinanza ai membri delle Chiese e delle comunità ecclesiali che, in vista della consultazione referendaria, si sono spesi per una posizione inclusiva. In particolare, Fykse Tveit ha messo in guardia anche dagli “effetti avversi” che la decisione referendaria può avere sulla vita e lo sviluppo dello stesso WCC e delle altre organizzazioni ecclesiali ed ecumeniche presenti in Svizzera. “Noi dipendiamo dalla diversità del nostro personale e la loro presenza ci porta in dono l’amicizia tra le Chiese. Per poter mantenere tutto questo, abbiamo bisogno di ulteriori informazioni da parte delle autorità svizzere sull’impatto della legge”. Anche il portavoce della Conferenza Episcopale Svizzera, Simon Spengler, ha stigmatizzato il risultato del referendum, definendolo “una conseguenza di una campagna basata sulla paura mentale degli estranei”. Per Spengler è importante ribadire l’ arricchimento che viene alla società elvetica dagli immigrati, un dato che “viviamo ogni giorno nelle parrocchie”. Thomas Wallimann-Sasaki, presidente ad interim della commissione Giustizia e Pace della Conferenza episcopale elvetica, non nasconde la delusione. “Ho l’impressione che i risultati del referendum siano espressione di un sentimento di paura che purtroppo distrugge il senso di solidarietà”. In Svizzera, forse più che altrove, sottolinea ancora Wallimann-Sasaki all’ agenzia Sir, “si commette l’ errore di credere che si può esistere senza comunicazione, che si può vivere senza essere in relazione con l’altro. Un atteggiamento che forse può funzionare in ambienti rurali e montani, ma i Paesi oggi sono chiamati tutti ad aprirsi al mondo. E gli svizzeri hanno difficoltà con il mondo che entra nelle loro case”. Inoltre, “gli svizzeri hanno la sfida oggi di condividere la propria esperienza democratica. Siamo consapevoli che abbiamo ricchezze ma poco aperti a donarle in Europa”. La Svizzera, secondo gli ultimi dati, ospita una popolazione straniera pari al 23,3 per cento degli 8 milioni di abitanti del Paese. Tra gli immigrati gli italiani sono tra i più numerosi. Dalle urne, come è noto, è comunque uscito un Paese spaccato, con i cantoni romandi francofoni più filoeuropei e le grandi città che si sono espressi contro l’iniziativa, mentre i cantoni di lingua tedesca e il Ticino hanno votato a favore. In particolare, il cantone italofono, che ha un flusso di circa sessantamila frontalieri dall’Italia, ha registrato la più alta percentuale di voti a favore (68,17 per cento). “Per gli svizzeri di lingua italiana – ha aggiunto il responsabile della commissione Giustizia e Pace – la situazione è complessa. In effetti i risultati del referendum in Ticino sono stati diversi rispetto agli altri cantoni perché in Ticino ci si confronta con il problema dei lavoratori italiani che arrivano dalla Lombardia. Non credo che si tratti di paura piuttosto di una preoccupazione per una situazione che si gestisce male a livello di competitività nel mercato del lavoro (con un abbassamento dei salari) e anche a livello di circolazione locale delle persone che, numerosissime, soprattutto nel fine settimana vengono ad acquistare in Svizzera e in particolare a Chiasso”. A ogni modo è chiaro che “la visione cristiana ci dice che non c’è lo straniero. Che siamo tutti fratelli e sorelle. Potrebbe risultare un linguaggio vecchio. Significa però che c’è una sfida a cui rispondere: non chiudersi in se stessi ma condividere le ricchezze e i problemi con gli altri. I risultati di questo referendum ci chiedono il coraggio di una solidarietà, soprattutto verso gli svantaggiati e i poveri. Ci dice di non aver paura”. Di fronte a tutto ciò, “la posizione del Papa è una grande sfida per la nostra Chiesa e il nostro Paese. Un Paese ricco ma che rischia di chiudersi sempre di più al mondo e all’ Europa. Le parole del Papa ci indicano uno stile diverso di posizionarsi rispetto al mondo. Una Chiesa che sa uscire. Si tratta allora di capire come rendere pubblico il messaggio di una solidarietà cristiana che non è guidata dalla paura ma dalla speranza che si apre all’ altro”. Nei giorni precedenti alla consultazione referendaria la stessa commissione Giustizia e Pace dell’episcopato era intervenuta con una nota dal titolo “Le persone non sono merce” in cui ribadiva un secco “no” all’ iniziativa popolare proposta dal partito antieuropeista Unione democratica di centro, noto per i suoi accenti xenofobi. (Osservatore Romano)



