Milano – Da lontano sembrava una lotta in mare aperto. Un forsennato combattimento tra tonni per il pasto di sardine. «Urlavamo per aggrapparci uno all’altro, per non annegare. Ci afferravamo per le spalle, per la testa. C’era chi finiva giù ma provava a spingere fuori dalle onde i bambini”. Erano salpati da un porto egiziano il 6 settembre: 400 adulti e un centinaio i bimbi. Sono rimasti a galla in dieci. Gli altri, tutti morti. Tutti ammazzati. Neanche un bambino sopravvissuto. «Una strage deliberata, non ci sono molti dubbi», conferma una fonte investigativa italiana. Speronati da una di quelle che fin troppo bonariamente vengono definite “navi madre”, ma che lì, laddove neanche gli occhi dei radar riescono a guardare, diventano matrigne da cui le vite a perdere vengono date in pasto agli abissi. L’incasso, del resto, era rimasto al sicuro in Egitto: quasi un milione di dollari. Quello che accade nel Mediterraneo «non sono incidenti, ma omicidi». Lo ha dichiarato Michele Cercone, portavoce del commissario europeo agli Affari interni Cecilia Malmström, secondo cui la situazione non cambierà «fino a quando i trafficanti di esseri umani saranno liberi di agire». Si stimano oltre 800 tra morti e dispersi solo negli ultimi giorni, quasi 2.500 da gennaio. E a Bruxelles si tenta il giro di vite contro i boss delle traversate, ritenuti «i veri responsabili» di queste tragedie. Le testimonianze dei superstiti del naufragio avvenuto cinque giorni fa lo confermano. Uno dopo l’altro erano tutti morti. Tranne quei dieci. Un paio tenuti a galla dai giubbetti di salvataggio afferrati chissà come, gli altri portati alla deriva da qualche rottame e chissà quanto hanno dovuto battersi per non farsi trascinare giù con gli altri. Tra i superstiti due sono stati trovati alla deriva e portati in Sicilia, altri otto sono stati accompagnati a Creta. Ascoltati dagli operatori dell’Organizzazione internazionale per i migranti e interrogati dalle forze di polizia, hanno fornito racconti concordanti. Soprattutto le versioni dei due palestinesi accompagnati a Pozzallo coincidono con quelle dei compagni di sventura condotti sull’isola greca. Le testimonianze sono state raccolte nelle stesse ore, quando ancora nulla era trapelato sulla stampa. Gli scafisti erano dieci, di nazionalità palestinese ed egiziana. La traversata andava avanti da tre giorni nel corso dei quali sono state cambiate tre imbarcazioni, come in una sorta di staffetta in apparenza senza logica. Al quarto trasbordo è scoppiata la protesta. «Il barcone era troppo piccolo e non sembrava sicuro», e quando i migranti hanno tentato di opporsi sono stati minacciati di essere riportati sulla nave madre e riaccompagnati in Egitto. E quando i profughi hanno detto che sarebbe stato meglio tornare al porto di partenza è scattata la rappresaglia. Il peschereccio più grande ha urtato ripetutamente il barcone mentre gli scafisti spingevano in acqua quanti ancora erano rimasti sul natante più grande. Quando il natante è stato colpito e già cominciava a imbarcare acqua, «uno dei passeggeri, preso la disperazione, per paura di morire annegato si è legato una corda al collo mentre gli altri si gettavano in acqua. Ha preferito impiccarsi». Almeno in trecento erano stati rinchiusi nella stiva. Sono stati i primi a morire. «Abbiamo visto gli scafisti restare in zona fino a quando il peschereccio non è affondato. Non ci hanno ripresi a bordo e se ne sono andati via urlandoci. Forse ridevano». (Nello Scavo – Avvenire).



