Famiglia rom accolta dal parroco: Faenza si divide

Faenza – Il parroco accoglie una famiglia rom, con le due roulotte, nel cortile della parrocchia e la città si divide, tra polemiche e strumentalizzazioni politiche. Protagonista della storia è la parrocchia del Paradiso, 3mila anime alla periferia nord-ovest di Faenza: un anno fa don Luca Ravaglia, 50 anni, appena insediatosi, riceve una telefonata da un amico dell’ Associazione Giovanni XXIII. «C’è qui una famiglia di nomadi in pulmino e non so dove portarli» gli viene detto. Racconta adesso don Luca: «Arrivarono che avevano solo il passeggino per la bambina piccola. Abbiamo riunito un gruppo di parrocchiani, formato da famiglie, Caritas e Giovanni XXIII, e abbiamo deciso insieme di accogliere i nomadi in due roulotte nel cortile esterno vicino ai campi sportivi». La famiglia rom è formata da Michele Halilovic di 22 anni, la moglie Samira di 24 e le figlie Melissa e Fragolina di 6 e 2 anni. In questi giorni, Claudia Berdondini, capogruppo in consiglio comunale dell’Italia dei Valori a titolo personale (è passata all’opposizione) ha inviato un esposto al procuratore della Repubblica di Ravenna, perché a suo parere il parroco ha violato una legge regionale del 2004, «che vieta il soggiorno con tende o altri mezzi mobili di pernottamento al di fuori delle strutture autorizzate ». Il dibattito è arrivato così in Consiglio comunale, guidato dal sindaco Pd Giovanni Malpezzi, ed è finito sui social network. Nel frattempo, l’integrazione prosegue, come ricorda la giovane Samira. «In quest’ anno Melissa è prima andata all’ asilo e ora frequenta la scuola pubblica e anche l’Azione cattolica in parrocchia e noi siamo contenti della sistemazione provvisoria ». Ogni mercoledì una professoressa in pensione insegna italiano alla coppia. Tutti i membri della famiglia sono nati in Italia e non sono mai espatriati. Ma per lo Stato italiano sono cittadini bosniaci, irregolari, e rischiano continuamente l’espulsione. Non hanno documenti, quindi non possono lavorare, ma senza lavoro non possono avere documenti. Don Luca ci tiene a ricordare che «in attesa dei documenti e di una sistemazione più umana, Michele e Samira svolgono lavori in parrocchia; lui tiene in ordine i campi sportivi, gli spogliatoi, i bagni e imbianca i locali, lei fa le pulizie in chiesa, in casa e fuori come si fa in famiglia, aiuta le donne di varie associazioni e della Caritas». La famiglia vive così grazie a una rete di solidarietà: donazioni di privati, aiuti della Caritas e dell’ associazione Giovanni XXIII. Tutti i venerdì sera cenano insieme alle persone bisognose della parrocchia e al parroco. Per don Luca, «con questa presenza in parrocchia sono divenuti palpabili l’affetto, la stima e l’ aiuto reciproco ». Certo, in un anno qualche malumore è sorto nel quartiere, motivato da pregiudizi e paure di furti. Ma spiega il parroco: «Durante le benedizioni pasquali o colloqui personali, diverse persone mi hanno chiesto spiegazioni, ma nessuna contestazione o denuncia fino allo spiacevole esposto in procura, cui rispondiamo coi fatti non con le polemiche». Il vescovo della diocesi, Claudio Stagni, ha incoraggiato l’iniziativa. E in questi giorni don Luca ha ricevuto il sostegno pubblico della Caritas diocesana, col suo presidente Nerio Tura, che definisce l’ esposto alla procura «una strumentalizzazione politica», e dell’ Azione Cattolica che appoggia in pieno «l’ importante opera di accoglienza e integrazione». (Quinto Cappelli – Avvenire)