Milano – Si è svolta ieri la seconda giornata della Conferenza Internazionale Metropolis 2014, il Forum più importante a livello mondiale sull’Immigrazione, organizzato da Fondazione Ismu, in programma a Milano fino a domani 7 novembre. La conferenza si è aperta con l’intervento dell’ambasciatore William Lacy Swing, direttore generale dell’International Organization for Migration (Iom): “Mare Nostrum ha salvato 150mila vite durante il suo periodo di attività. Se lo si cancella, molti dei migranti rischieranno di morire in mare”, ha detto Swing: “l’agenzia Frontex gioca un ruolo importante nella protezione e nella gestione dei confini dell’Europa, ma l’operazione Triton non può sostituire Mare Nostrum, perché non ha lo stesso obiettivo, non pattuglia le stesse aree e non dispone di navi sufficienti. Mi sembra che ci sia bisogno di soluzioni diverse, la cui priorità sia quella di salvare vite umane”. Dello stesso argomento ha parlato il prefetto Mario Morcone, Capo Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Ministero dell’Interno, che ha ribadito le differenze tra Mare Nostrum e Triton (operazione europea governata da Frontex) e sottolineato come per il Governo Italiano resti invariato l’impegno per la salvaguardia delle vite umane, ma anche per il contrasto dell’immigrazione illegale, assicurando l’adeguata accoglienza. Durante la terza plenaria la moderatrice Elizabeth Collett (Director of Migration Policy Institute Europe) ha aperto il suo intervento sottolineando quanto una collaborazione di tipo economico tra stati possa impattare positivamente anche sull’integrazione culturale. Sergio Alcocer (Mexico’s Undersecretary for North America) ha ripreso questo concetto presentando il caso-studio incentrato sugli scambi commerciali all’interno del Nafta (Accordo nordamericano per il libero scambio): gli accordi bilaterali tra Messico e Usa, per esempio, hanno prodotto una crescita del 265% dal 1994 al 2013 per una cifra pari a 507 miliardi di dollari. Alcocer ha poi evidenziato come l’immigrazione abbia un peso specifico rilevante nelle economie dei paesi che accolgono i lavoratori stranieri: “Negli Stati Uniti 6 milioni di posti di lavoro dipendono dai rapporti commerciali con il Messico”. Per dimostrare la stretta correlazione tra lavoro ed immigrazione, Alcocer ha presentato dati significativi: “Nel 2012 circa 34 milioni di messicani vivevano negli Stati Uniti. Questa cifra rappresenta l’11% della popolazione totale degli Usa e il 65% degli stranieri. In totale gli immigrati ispanici erano 42 milioni nel 2005 e nelle previsioni dovrebbero arrivare ad essere la prima minoranza americana nel 2050, toccando quota 128 milioni di persone”. Di fronte a questi dati, secondo gli esperti, è inevitabile uno scambio di competenze ed esperienze tra culture differenti. Nella quarta sessione plenaria la discussione moderata da Walter Kindermann (Hessian Ministry for Social Affairs and Integration) ha avuto al centro del dibattito la diversità quale elemento fondamentale della contemporaneità. In quest’ottica i migranti rappresentano il paradigma perfetto del cittadino moderno all’interno di una società aperta, pluralistica, competitiva e mobile. In un tale contesto la diversità diventa una risorsa più che un problema. La sessione si è aperta con l’intervento di Laura Zanfrini della Fondazione Ismu, docente nella facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica. La studiosa ha analizzato il rapporto tra il fenomeno migratorio e il mercato del lavoro. “Siamo interessati al processo che trasforma un lavoratore temporaneo in un cittadino a tutti gli effetti”, ha esordito Zanfrini, “ma anche la domanda di lavoro e la carenza di impiego vanno monitorate in maniera appropriata”. Zanfrini ha concluso dicendo che è necessario superare la convinzione che esistono lavoratori immigrati di serie A e di serie B. Come ha sottolineato Ratna Omidvar (direttore esecutivo Global Diversity & Migration Exchange): “La storia del mondo è una storia di migrazione. Con la migrazione arriva lo sviluppo, senza c’è la stagnazione”. Allo stesso modo Khalid Koser (Geneva Center for Security Policy) auspicando un maggior coinvolgimento del businnes enterprise ha ricordato che “è dimostrato che la diversità genera innovazione e occupazione”, ribadendo la chiave dell’incontro: la diversità è una risorsa, soprattutto economica.



