Roma – “Promuovere la cultura dell’incontro tra le diverse componenti sociali nei quartieri cittadini è un aspetto non secondario di quella Chiesa “in uscita” che Papa Francesco richiama insistentemente per vivere un cristianesimo non individualista o intimista. Un cristianesimo che si faccia carico per fede e per amore della complessità della vicenda umana e dei processi e mutazioni sociali che la accompagnano”. E’ quanto scrive questa mattina il card. Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma in un articolo per il quotidiano “Il Messaggero” dal titolo “L’immigrazione sia una risorsa”. Partendo dalle parole di Papa Francesco di domenica scorsa, dopo i fatti di Tor Sapienza, il porporato sottolinea che Roma negli ultimi sessant’anni è “profondamente cambiata, a cominciare dal numero degli abitanti cresciuti di oltre un milione. Dopo le ondate di immigrazione interna, provenienti dalle varie regioni d’Italia, da circa trent’anni – come tante altre città italiane – è soggetta, scrive, ad un crescente fenomeno di immigrazione dall’estero che, se ben integrata, costituisce una preziosa risorsa culturale e un fattore di sviluppo. La gestione di politiche poco oculate, in particolare verso rifugiati e rom, ha invece portato negli anni a una vera emergenza sociale, soprattutto nei quartieri periferici dove si riversano migliaia di uomini e donne, giovani e meno giovani, che fuggono dalla disperazione della guerra e della fame in cerca di pace, dignità e futuro”. In questi quartieri l’integrazione – aggiunge il card. Vallini – “non è facile, sia dal punto di vista sociale che culturale”. In questa città divenuta multietnica, “creare una cultura dell’accoglienza e dell’inclusione sociale, soprattutto in un tempo di grave crisi economica, è una sfida, che però, sottolinea ancora Vallini, è da affrontare con impegno per il bene comune”. Il porporato si dice convinto che il clima di “esasperazione degli abitanti di Tor Sapienza non nasce soltanto dalla presenza degli immigrati e dei rom, persone queste ultime generalmente nate in Italia da generazioni, lasciate vivere da decenni in condizioni miserevoli, alcune delle quali nell’esasperazione dell’abbandono mettono in atto comportamenti illegali. Questo clima – come personalmente ho potuto più volte costatare visitando le parrocchie – nasce dalla sfiducia della gente che si sente abbandonata dalle istituzioni pubbliche”. Ma – è l’invito – “non bisogna cedere alla tentazione dello scontro, è da promuovere ad ogni costo la cultura dell’incontro, occorre abbattere i muri, costruire ponti. Ognuno faccia la sua parte: le istituzioni, la Chiesa, la scuola, i corpi sociali, la famiglia”. (R.I.)



