Mons. Perego: strumenti di contrasto più efficaci contro la tratta

Torino – “Quando si parla di sfruttamento sui luoghi di lavoro non dobbiamo prendere in considerazione il singolo caso, ma inserire il fenomeno in un contesto più ampio fatto di caporalato e clan malavitosi”. Sono queste le parole di Monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, durante il seminario “Le accoglienze al maschile delle vittime di tratta e grave sfruttamento sui luoghi di lavoro” che si è concluso ieri a Torino. “Oggi l’opinione pubblica considera normali alcune situazioni di sfruttamento, ma la crisi non può giustificare tutto”, ha continuato Perego: “quando si cerca di contrastare lo sfruttamento sui luoghi di lavoro occorre coniugare il discorso economico con quello politico e culturale”. Secondo il responsabile della Fondazione Migrantes occorre infatti una legge che consenta di far incontrare domanda e offerta di lavoro in maniera puntuale e al riparo da strumentalizzazioni, a differenza – spiega – di quanto è avvenuto con la Turco-Napolitano prima e successivamente con la Bossi-Fini. In Italia i lavoratori immigrati sono quasi due milioni e mezzo e la cifra è destinata a crescere. Il nostro è un Paese sempre più vecchio e avrà bisogno non solo di manodopera, ma anche di persone che si occupino degli anziani non più autosufficienti. “In settori come agricoltura e turismo – ha dichiarato Perego – 9 nuovi lavoratori su 10 sono stranieri. Si tratta di comparti in crescita anche in tempo di crisi. Non è un caso che si sia registrato un aumento di lavoratori in tre città fortemente segnate da fenomeni di sfruttamento e tratta come Prato, Foggia e Matera”. I dati citati dal direttore di Migrantes sono chiari: “nel settore agricolo il 24,8% dei lavoratori è assunto in nero, nella ristorazione il 20%. Nel campo della cura agli anziani i dati sono più bassi, circa il 15%, ma solo perché non c’è capacità di monitorare il fenomeno. Ancora oggi non sappiamo esattamente quanti badanti lavorino nel nostro Paese: occorre spostare l’attenzione dalla campagna alla casa, un mondo più impenetrabile e difficile da controllare”. Dati da contestualizzare anche nel mondo dell’edilizia: qui i lavoratori assunti in nero – prosegue Perego – sono il 12%, ma va considerato che il settore è stato investito da una forte crisi e nel 2008 la percentuale era del 20%. Per mons. Perego un altro comparto da monitorare con attenzione è quello dei lavoratori marittimi: “in questo settore ci sono violenze gravissime, molte persone scompaiono senza che se ne sappia più nulla”. Perego chiude sulle agromafie: “non bisogna pensare che operino solo al Sud. Sono trascorsi cinque anni dai fatti di Rosarno e dal nostro osservatorio notiamo che la situazione è peggiorata, ma a fronte di questa evidenza, le denunce stanno diminuendo. Qualcosa non va negli strumenti di segnalazione”. Nell’ambito del seminario è stata presentata una ricerca effettuata dal Gruppo Abele su 23 realtà italiane che si occupano di accogliere gli uomini vittime di sfruttamento sui luoghi di lavoro. È emerso che il fenomeno riguarda persone di ogni età e nazionalità (in particolare: Africa del Nord e Occidentale, Pakistan, Bangladesh, India, Cina, Afghanistan, Est Europa, Brasile, Salvador e Siria). Simona Marchisella dello Sportello accoglienza vittime di tratta del Gruppo Abele: “molto spesso gli abusi iniziano già prima della partenza: solo per affrontare il viaggio molti hanno contratto un debito con usurai, agenzie specializzate, un parente ma anche un intermediario presente nel paese di destinazione. Il debito varia dai 300 ai 50.000 euro a seconda della provenienza e, se viene promesso un posto di lavoro, il prezzo sale notevolmente. Per garantire che il debito venga onorato i migranti sono sottoposti a minacce, ritorsioni e, in alcuni paesi africani, anche a riti voodoo”. Secondo i risultati dell’indagine tra le aree occupazionali di sfruttamento ci sono la logistica, la distribuzione e la ristorazione. Al Nord è molto diffuso anche lo spaccio di droga e il volantinaggio, mentre al Sud molti vengono impiegati nell’istallazione di pannelli fotovoltaici. Queste persone subiscono violenza fisica e psicologica, sono sottoposti ad orari di lavoro estenuanti e spesso non pagati. “Reclutati dagli stessi connazionali, questi immigrati vivono in baracche, roulotte, casolari abbandonati, per strada…”, ha continuato Marchisella, sottolineando che si tratta di persone “in cui è presente una fragilità psicologica che li porta ad avere stati di ansia e depressione. Al sud inoltre sono molte diffuse tra i migranti vittime di sfruttamento le malattie respiratorie e dermatologiche causate da pesticidi e diserbanti”. Nonostante le dure condizioni di lavoro la percezione dello sfruttamento, soprattutto all’inizio, è bassa e il datore di lavoro viene considerato positivamente poiché offre un impiego nonostante la crisi”. Secondo Ornella Obert, responsabile dello sportello giuridico Inti del Gruppo Abele, “il lavoro nero non è residuale, si tratta piuttosto di un fenomeno strutturale”. Da qualche anno l’associazione torinese è impegnata nel progetto “La legalità paga” che si occupa dello sfruttamento sui luoghi di lavoro e risale a poco più di un anno fa la firma del Protocollo d’Intesa tra la Prefettura di Torino e istituzioni ed enti del privato sociale. “Pur essendo un fenomeno in aumento – ha dichiarato Obert – è poco esplorato e c’è disinvestimento della politica: l’Italia ha recepito solo parzialmente le due direttive Ue sull’argomento”. L’ultima disposizione dell’Unione europea risale al 2011 e introduce il concetto della specificità di genere nella tratta di esseri umani. Per Obert si tratta di un passo avanti fondamentale poiché “lo sfruttamento maschile ha fini e modalità diverse da quello femminile, per questo anche le risposte devono essere diverse”. (Valentina Casciaroli)