Roma – «Nulla è più concreto e necessario» oggi che «educare nelle nostre comunità all’incontro e a uno stile di vita virtuoso». Un compito «che deve coinvolgere tutti». È quanto afferma monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, nell’editoriale dell’ultimo numero del mensile «Migranti Press», interamente dedicato ad approfondire il significato della giornata mondiale del migrante e del rifugiato che si celebra domenica prossima sul tema indicato nel messaggio di Papa Francesco: «Chiesa senza frontiere. Madre di tutti». A cent’anni dalla sua prima celebrazione — osserva monsignor Perego— il messaggio del Pontefice per la giornata riprende il tema conciliare della Ecclesia mater, della maternità della Chiesa, in riferimento al mondo delle migrazioni economiche e forzate. Ma ciò non vuol dire dare «un tono romantico» alla pastorale delle migrazioni: «Significa rinnovare la necessità di costruire nelle nostre comunità laboratori di accoglienza, incontro, convivenza che esprimano la strada per superare discriminazioni e contrapposizioni ed educare a costruire ponti, un mondo senza frontiere». Tanto più, che «il 2014, purtroppo, si è chiuso in Italia con storie di insofferenza, di violenza generate attorno ai migranti; con nuove storie di morte, oltre 3.000, nel mar Mediterraneo». In questo senso, «educare all’incontro significa educare a riconoscere Cristo realmente presente nel fratello e nella sorella migrante», poiché «loro sono “la carne di Cristo”». Anche per questo, aggiunge monsignor Perego, «la cura per i migranti e le loro storie di vita, la narrazione delle migrazioni, ci portano necessariamente a impegnarci per la cooperazione e lo sviluppo dei popoli». Infatti, nessuno può pensare «il diritto dei migranti di rimanere a casa propria se non si costruiscono storie e progetti di cooperazione internazionale, se non si estendono pari opportunità lavorative, scolastiche, sociali ed economiche ai Paesi più poveri». Secondo la strada già indicata oltre quarantacinque anni da Paolo VI, con l’enciclica Populorum progressio e poi da Giovanni Paolo II con la Sollicitudo rei socialis e da Benedetto XVI con la Caritas in veritate. Per questo, «la condivisione dei beni è un segno di una Chiesa fraterna e madre, che dallo stile di vita rinnovato dei singoli cristiani dovrebbe arrivare a coinvolgere lo stile di vita di una comunità». (Osservatore Romano)



