Card. Vegliò: la diversità come luogo di incontro

Città del Vaticano – L’integrazione rappresenta oggi un processo “inevitabile”. Lo ribadisce il cardinale Antonio Maria Veglio, Presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, spiegando in una intervista al quotidiano “Osservatore Romano” che non si tratta di un cammino “spontaneo” o “a senso unico”, quanto piuttosto di un percorso da gestire e orientare attraverso una collaborazione reciproca. Senza pretendere di “sterilizzare la religione — precisa il porporato nell’intervista rilasciata a Nicola Gori in occasione della giornata mondiale del migrante e del rifugiato – ma valorizzando le diversità come “luogo per un nuovo, quotidiano cammino di incontro e di dialogo”. Per il porporato “la convivenza multietnica è una realtà su cui non si possono chiudere gli occhi. Bisogna rendersi consapevoli che il lavoro, assieme alla scuola, è nella maggioranza dei casi il luogo privilegiato per un’integrazione tra culture diverse. Chi passa la giornata gomito a gomito impara a cooperare e a conoscersi. L’integrazione e inevitabile nella concretezza del quotidiano. Ma – spiega – non è un processo spontaneo, va gestito. E non si tratta di un itinerario a senso unico. Deve essere di integrazione reciproca, cioè di trasformazione che riguarda sia chi arriva sia chi accoglie, entrambi coinvolti nelle dinamiche della globalizzazione”.  Per il card. Vegliò occorre “rivedere a fondo i modelli di integrazione, che hanno funzionato in modo discontinuo. Proprio a partire dalle alienanti periferie urbane, ridotte ormai a un deserto disumano e disumanizzante. Le periferie di Parigi, cosi come quelle delle grandi città europee o mondiali, sono state via via abbandonate dalle istituzioni, dai partiti, dalle forze sociali. In queste condizioni, aggravate dalla crisi economica e dalla crisi della famiglia, i giovani crescono ghettizzati, nell’odio, nella diffidenza e nella volontà di rivalsa. Nelle favelas brasiliane o nei sobborghi di Città del Messico molti giovani trovano una sorta di riscatto dall’anonimato e dalla solitudine arruolandosi nelle bande malavitose. A Parigi i giovani islamici lo fanno rifugiandosi nel fanatismo. Per questo dico che bisogna fare ogni sforzo di collaborazione a livello di comunità internazionale, puntando soprattutto su percorsi di integrazione”. Nella lunga intervista il presidente del dicastero vaticano evidenzia come in questi ultimi anni, in molte aree del mondo — il Mediterraneo, l’Australia e gli Stati Uniti d’America sono solo alcuni esempi — è emerso il rischio di indebolire la tutela dei fondamentali diritti umani: le vie dell’emigrazione sono sempre più luoghi di morte per tante persone in fuga; vi sono Stati che presidiano i loro confini solo sul piano della sicurezza; i diritti dei lavoratori sono conculcati in alcuni luoghi di lavoro. Troppe sono ancora le vittime del traffico umano per sfruttamento sessuale o lavorativo che chiedono un riconoscimento e una protezione sociale, fortemente indebolita da scelte politiche che sembrano trattare con scarsa attenzione, se non proprio dimenticare, i percorsi e gli strumenti per le pari opportunità. Dov’è il tuo fratello schiavo? Dov’è quello che stai uccidendo ogni giorno nella piccola fabbrica clandestina, nella rete della prostituzione, nei bambini che utilizzi per l’accattonaggio, in quello che deve lavorare di nascosto perché non è stato regolarizzato? Non facciamo finta di niente. Ci sono molte complicità . La domanda e per tutti. Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hanno le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta”.