Roma – Sono stata fortemente colpita dal messaggio di Papa Francesco per la giornata mondiale della pace 2015. Il Pontefice mette a fuoco la triste condizione della schiavitù di oggi e invita a non “chiudere un occhio” per indifferenza di fronte a questo dramma che tocca da vicino ciascuno di noi, a non voltare lo sguardo di fronte alle sofferenze di tanti fratelli e sorelle. Per questo ho deciso di raccontare la storia di una di queste persone che non “voltano lo sguardo”. Si chiama Antonietta.
Antonietta è una donna sposata, madre di due figli, ambedue laureati e in cerca di lavoro. La sua situazione familiare è buona quanto all’affetto che regna nella famiglia, ma modesta dal punto di vista economico. Da oltre vent’anni, Antonietta ha deciso di rendersi utile nell’ambiente in cui vive, Palma di Montechiaro, un paese siciliano in provincia di Agrigento, molto bello, situato su una collina che domina il vicinissimo mare, dal quale approdano migliaia di emigranti. Ha iniziato in parrocchia per aiutare nella catechesi e nei bisogni la gente più povera, nelle associazioni cattoliche del luogo per diffondere la preghiera, la devozione al Sacro Cuore e, venuta in contatto con la congregazione delle missionarie del Sacro Cuore di Gesù, si è innamorata della fondatrice, santa Francesca Saverio Cabrini, e ha deciso di imitarla. Cosciente che i suoi studi non la rendevano abbastanza colta per divulgare la fede cristiana, Antonietta decide di iscriversi a un corso di teologia; ma per frequentarlo scopre che è necessario un titolo di studio superiore, che lei non ha. Allora si iscrive a una scuola serale per ottenere un titolo di studio superiore che le permetta di accedere alla teologia e allo studio della Sacra Scrittura. Di giorno lavora, fa la madre di famiglia, di sera è a scuola fuori dal suo paese, ritornando a casa a notte inoltrata. Ottenuto il titolo di studio, si è iscritta a un corso regolare di Scienze religiose che ha frequentato per quattro anni, ottenendo il titolo che la abilita all’insegnamento della religione nelle scuole e nella parrocchia. Non riesce però a trovare un posto nella scuola, ma nel frattempo fonda un’associazione di laici che intitola a santa Francesca Cabrini e si prodiga perché venga dedicata una piazza alla “madre degli emigranti” nel suo paese, un luogo dove la maggior parte della popolazione è emigrata verso gli Stati Uniti e poi, negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, si è spopolato per l’emigrazione verso il nord dell’Europa e dell’Italia. Lei stessa ha fatto parte di questa seconda ondata di migranti. Alla fine è riuscita a far scolpire una statua di madre Cabrini con gli emigranti, che fa collocare nella piazza dedicata alla Santa. Per pagare la statua, Antonietta per mesi e mesi ha percorso in lungo e in largo il paese cercando piccole offerte. Poi madre Cabrini l’ha “aiutata” in altri modi. Improvvisamente, Antonietta si trova poi coinvolta nell’arrivo di centinaia di emigranti proprio là, dove lei ha fatto nascere la devozione alla santa degli emigranti, e da circa dieci anni inizia un’attività per aiutarli. Si accorge che c’è qualcosa che non va quando risorse economiche governative finiscono non nelle mani dei migranti, ma in quelle delle famiglie che li accolgono, e non vuole entrare in situazioni poco chiare. Con l’aiuto dei membri della sua associazione, s’impegna in un lavoro di assistenza creando piccole e grandi attività di sostegno a giovani e ragazzi emigranti. Mette a disposizione il garage della sua casa, raccoglie vestiario, coperte, generi alimentari e cerca di dare soccorsi di prima necessità. Poi, con l’aiuto di altre persone, apre un doposcuola per l’insegnamento della lingua italiana, coinvolge l’amministrazione comunale e altri enti, ma non riceve che buone parole e nessun aiuto concreto. Antonietta non si scoraggia: instancabile, fonda un piccolo centro per i bambini romeni che vengono inviati a mendicare, per toglierli dalla strada, favorisce cerimonie religiose per ortodossi e cattolici aiutata da uno zelante e anziano sacerdote, riunisce immigrati di ogni etnia per celebrare insieme il Natale, la Pasqua, i compleanni, e passa le settimane cercando di raccogliere con il Banco alimentare quanto più possibile per preparare pacchi che poi distribuisce. Riesce perfino a ricondurre alla fede alcuni cattolici stranieri celebrando battesimi e altri sacramenti. Ma si preoccupa anche di far ottenere il soggiorno ai giovani immigrati, dell’assistenza sanitaria, di far trovare casa e lavoro, di far accettare la loro presenza dialogando e parlando con la gente. I giornali ogni tanto le dedicano qualche trafiletto di encomio. Verso la fine del 2014, si rende conto del pericolo che stanno correndo un gruppo di giovani africani, ospitati nel vecchio macello della città. Un luogo freddo, senza servizi, senza porte e finestre dove, in condizioni drammatiche, si trovano a vivere una trentina di giovani che lei con l’associazione ha cercato di aiutare in vari modi. Inizia l’inverno più rigido e Antonietta non può dormire di notte perché non sa come aiutare questi ragazzi. Ma si sta preparando il peggio: il proprietario di questo stabile ha deciso di venderlo e manderà via i giovani immigrati. Antonietta inizia un viavai presso le sedi ecclesiali, amministrative, per trovare una casa a questi ragazzi. Sembra che qualcosa si trovi, una casa che sarebbe adatta. Ma i vicini quando vengono a sapere che sarebbero andati a vivere là dei giovani africani si ribellano e tutto crolla. Antonietta ne parla con tutti, soprattutto con l’istituto delle missionarie di madre Cabrini, con il quale lei si mantiene in contatto. La congregazione non ha immediate possibilità di intervenire, ma può aiutare. Così, una settimana prima di Natale Antonietta si mette in cerca di una casa. Non può vivere il Natale di Gesù, pensando che quei giovani saranno buttati sulla strada. Trova una casa, l’affitta accollandosi la responsabilità di quello che farà, si consulta con le missionarie del Sacro Cuore, fa il contratto a suo nome, si accerta che i giovani che vuole ospitare saranno rispettati dai vicini e il proprietario della casa sia d’accordo. Prepara la casa, compra letti e coperte decenti e pulite («sapesse — mi dice — come vivono questi ragazzi!»), fa mettere lo scaldabagno per avere acqua calda, fa ripulire i servizi, farà un progetto di integrazione culturale, nominerà un piccolo comitato degli stessi immigrati, cercherà aiuti e sostegno. Infine, il 4 gennaio scorso inaugura il Centro interculturale madre Cabrini. Il motto di Antonietta è: «Ero forestiero e mi avete ospitato». Così termina il messaggio di Papa Francesco per la giornata mondiale della pace 2015: «La globalizzazione dell’indifferenza, che oggi pesa sulle vite di tante sorelle e tanti fratelli, chiede a tutti noi di farci artefici di una globalizzazione della solidarietà e della fraternità, che possa ridare loro speranza e far loro riprendere con coraggio il cammino attraverso i problemi del nostro tempo e le prospettive nuove che esso porta con sé e che Dio pone nelle nostre mai». (Maria Barbagallo – OSSERVATORE ROMANO)



