Andria – La Puglia è tornata terra di sbarchi, ma ha accolto varie ondate di migranti e richiedenti asilo e molti ci sono rimasti, integrandosi. Merito anche di strutture come quella della Migrantes diocesana di Andria, il cui motto è aprire le porte per accogliere l’uomo e farlo sentire parte di una famiglia e combattere ogni forma di povertà con la passione di chi serve. Casa Santa Maria Goretti è nata nel 1999, nel novembre 2001 il vescovo di Andria Raffaele Calabro ne affidava la gestione all’ufficio Migrantes diocesano. Il direttore è don Geremia Acri. «Il percorso di integrazione è stato molto difficile – racconta –. Ricordo la criticità di dialogo con i magrebini, l’intolleranza nei confronti della cultura occidentale, delle tradizioni, anche culinarie, del credo religioso. Ho dovuto fronteggiare la violenza di quel periodo, scatenata da pochi faziosi e sobillatori, con un metodo educativo significativo e convincente, stabilendo regole di pacifica convivenza. Non nascondo di aver avuto paura, ma evidentemente quelle parole o quella mia presa di posizione a favore della nostra identità cristiana stabilirono un limite invalicabile. Ho anche subito minacce di morte successivamente, allertando le forze dell’ordine. Qualcuno voleva poi pregare nella casa di accoglienza, ma ho dovuto far comprendere che questa non è una moschea, ma un centro servizi e solidarietà, luogo di amicizia fraterna. Perché convivere serenamente è possibile». Nei primi mesi del 2003 erano meno di un centinaio i pasti serviti quotidianamente contro i 600 di oggi, di cui il 90% dal 2014 sono per italiani. La casa ha accolto fino a 1.200 stranieri l’anno fino al 2012, meno di un centinaio nel 2014, perché sono diminuiti gli stagionali per la raccolta delle olive. «L’integrazione con l’Africa sub sahariana – prosegue don Geremia – è certamente più forte, è un fatto culturale. La schiavitù di ogni genere, l’imposizione della fede, l’oltraggio dei diritti umani sconfinano inevitabilmente nel fanatismo e nella barbarie. Integrazione non è nascondere ciò che dà fastidio, è conoscenza dell’altro, perché non mi devo difendere contro un nemico da combattere».
Gli immigrati regolari arrivati con le varie ondate e che risiedono oggi in città sono diventati mediatori linguistici, volontari della casa d’accoglienza, badanti, collaboratori domestici. Qualcuno racconta la propria storia. Come Mourad, partito dall’Algeria nel 2002. «Sono felice di essere qui. Ad Andria ho trovato i soliti problemi: dove dormire, cosa mangiare, il lavoro, ma anche tanta gente brava, rispettosa. Grazie a Dio ho trovato nella Casa d’Accoglienza disponibilità nell’offrire aiuto. Come faccio dire che sto male, se penso a chi sta peggio di me?» Mouner invece è approdato in Italia all’età di 25 anni «per una vita libera – precisa – anche se la mia famiglia non voleva che partissi. Sono stato in Germania, poi ad Arezzo, facendo anche tappa a Roma. Ho lavorato come operaio in fabbrica, come addetto alle pulizie in un ristorante. Tramite amici finalmente la svolta: ho saputo di Andria e del suo cuore accogliente e della possibilità di lavorare. E sono rimasto qui». Infine Aziz, giunto dal Marocco per un futuro migliore. «In Italia ho trovato tanti irregolari come me. Non avrei mai immaginato di vivere agli inizi in una casa abbandonata, senza acqua, senza luce, senza doccia, sporco. Ho studiato, nel mio paese sono avvocato. Grazie alla casa e alla sua gente sono rinato». (Sabina Leonetti – Avvenire)



