Card. Montenegro: misure comuni in Europa per accogliere i migranti

Roma – “La dignità della persona umana e la sacralità della vita richiedono una riflessione critica, che coinvolga tutte le componenti delle comunità più vicine ai migranti, nei Paesi di origine, di transito e di destinazione dei flussi migratori”.

Lo ha detto questo pomeriggio il card. Francesco Montenegro, Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes, intervenuto a Strasburgo alla 28ma sessione del Congresso dei poteri locali e regionali del Consiglio d’Europa. Per il porporato va “incoraggiata la molteplicità delle responsabilità, in cui le istituzioni internazionali, le autorità nazionali e locali, la società civile, le associazioni e i singoli individui si sentano chiamati a lavorare in sinergia per evitare che la migrazione diventi l’unica scelta possibile”.

Oggi nel mondo si spostano circa 230 milioni di uomini e quando i popoli si muovono “nulla resta più come prima, sia sul piano politico che economico”, ha detto il card. Montenegro: l’esodo di queste popolazioni non è il “male” ma il “sintomo” di un male, quello di “un mondo ingiusto, in larga misura caratterizzato da conflitti e situazioni di estrema povertà, ed è anche denuncia dell’idea di un Occidente, fulcro della civiltà, che va indebolendosi”.

Come arcivescovo di Agrigento e Lampedusa in questi anni il cardinale Montenegro è stato “testimone del percorso dei migranti che attraversano il Mediterraneo” molti dei quali sono morti sognando l’arrivo sulle nostre coste: “sono sepolti nella tomba liquida, il Mediterraneo, più di 20.000 annegati. Eppure in queste acque, nel corso dei secoli, popolazioni diverse si sono incontrate e confrontate. Dall’altra parte del mare ci sono uomini e donne che vogliono vivere più dignitosa­mente”, ha detto aggiungendo che di fronte a queste “aspettative ed ai tentativi di raggiungerle, c’è l’atteggiamento dei nostri Paesi che vedono con preoccupazione questi afflussi, non disgiunti da altre sfide, come, ad esempio, il fatto che nuove politiche economiche nel continente africano ed eventuali nuovi assetti del Mediterraneo potrebbero destabilizzare consolidati equilibri economici, politici e sociali del Vecchio Continente. Questo nuovo ci fa paura insieme a preoccupazioni di sicurezza e alla necessità di regolare alcuni sistemi di integrazione. Tra i desideri di quella gente e la nostra paura c’è la gente di Lampedusa, modello nuovo e vecchio di convivenza e di rispetto possibili. I lampedusani ci insegnano che, come non si pos­sono fermare i sogni e il vento, così non si può fermare la storia”.

In Italia – ha detto ancora il presidente di Migrantes il volontariato laico ed ecclesiale spesso ha “supplito” le istituzioni nell’accoglienza e nell’accompagnamento”. Da qui la richiesta di un piano europeo e una modi­fica degli accordi di Dublino per favorire “una maggiore e libera circolazione dei richiedenti asilo e rifugiati che hanno familiari e comunità di riferimento nei di­versi Stati”. La situazione è esplosa nel 2014, quando sulle coste e nei porti del Sud Italia sono arrivate 170.081 persone, tre volte il numero delle persone arrivate negli anni 2012-2013 (56.192). Un ruolo importante in questi viaggi della speranza l’hanno avuto “le forze armate di mare, diven­tate un grande strumento umanitario”, ha detto ricordando che dopo  i 366 morti nella tragedia del 3 ottobre 2013, l’Italia ha iniziato l’operazione Mare nostrum che, “diversamente” da Frontex,non solo controllava i confini, ma presi­diava il Mediterraneo fino a pochi chilometri dalle coste libiche e salvava  i migranti e li accompa­gnava per smistarli nei diversi luoghi di accoglienza temporanea sul territo­rio italiano”. Una operazione che ha salvato migliaia di migranti e, al tempo stesso, ha permesso di catturare oltre 700 trafficanti: “purtroppo, negli ultimi mesi abbiamo dovuto confrontarci, con profondo dolore e delusione, con la morte di oltre 300 persone”. L’Europa sta rivedendo la sua politica migratoria e “si spera che ciò porti ad una gestione delle frontiere nel Mediterraneo rispettosa dei diritti umani di quanti lo attraversano”. La Santa Sede – ha detto il card. Montenegro – auspica che gli Stati membri europei possano “condividere efficaci misure comuni per affrontare questioni di prioritaria importanza, come l’assistenza di emergenza ai richiedenti asilo e la creazione di canali umanitari per facilitare le procedure burocratiche e ridurre i centri di detenzione, la protezione dei minori non accompagnati, il ricongiungimento familiare e il contrasto alla migrazione irregolare per vincere la battaglia contro il contrabbando e il traffico di esseri umani, che il Santo Padre Francesco ha definito ‘piaga vergognosa del nostro tempo’. Le misure normative, che l’Unione Europea è chiamata oggi ad assumere in campo migratorio, possono diventare un modello per altre aree del mondo, se non dimenticano la storia di grande esperienza umanitaria del continente europeo e le sue radici nel rispetto della dignità di ogni persona”.

Il card. Montenegro ha detto che “non si può abbassare la guardia sulle nuove fragilità e sulla povertà degli immigrati” sottolineando l’esigenza  di “non può venir meno un piano di protezione dei più deboli. Penso al bisogno di adottare adeguati programmi per i 18.000 minori non accompagnati che sono arrivati in Italia nel 2014 (questo in Italia: quanti in Europa?); penso alla prostituzione, di strada e non, di 50.000 donne di 60 nazionalità, con un’età media di 21 anni; penso alla crescita di disturbi psichici nel mondo adolescenziale e adulto, soprattutto femminile; penso al peso sempre più grave degli aborti delle donne straniere sul numero totale degli aborti; penso alla crescita dell’abbandono scolastico dei bambini stranieri; penso alle decine di cadaveri di stranieri morti tragicamente in Italia e che, per mancanza di risorse o impossibilità d’identificazione, non ven­gono rimpatriati, ma sepolti in fosse comuni nei cimiteri…”. Le migrazioni – ha concluso – sono oggi, per l’Europa, “la grande sfida umana. Molti cercano di portare, in questa situazione, il proprio contributo, e molto c’è da fare”. (Raffaele Iaria)