Marsiglia – La notte prima di morire prese un pane, lo spezzò e lo distribuì ai discepoli, dicendo loro: “Questa è la mia vita. Questo sarà anche il vostro destino: spezzare le vostre energie, le vostre qualità migliori per far vivere gli altri. Come il pane”. Così, padre Renato Zilio, missionario scalabriniano a Marsiglia, apriva la celebrazione missionaria. Era a Recoaro, nella Conca Smeralda, ai piedi delle Prealpi vicentine. Veniva distribuito alla gente, alla fine della messa, un grosso pane. Un boccone ciascuno. Mai più ci si sarebbe dimenticati di questa regola d’oro del Maestro: condividere. Non è l’accumulare che fa la felicità dei suoi discepoli. Ma il suo contrario. Carla Cavallaro, nota scrittrice e poetessa, recoarese di origini rodigine, condivide quotidianamente le sue belle iniziative locali. Era lei l’organizzatrice di una giornata missionaria indimenticata.
Poi venne Falconara e l’incanto del mare con lo scenario delle colline marchigiane, accese di girasoli. E poi una grossa parrocchia di periferia a Savona, adagiata sui bordi del Mediterraneo. Il nostro passaggio missionario risuonava sempre come una vera novità, una voce fuori dal coro. Non è mancata un’intervista sul Melograno, il giornale locale, diretto da Alessandro e Cristina. Era sempre l’occasione per il missionario di ricordare tra tante bellezze naturali la tremenda paura che abbiamo invece dentro di amare. Perché amare significa perdersi. Perdere tutto. Lasciar perdere. Ma era anche occasione di ricordare, così, la parabola del migrante. Il cambiare mondo. Cambiare vita. Ricostruire la propria esistenza sulla terra degli altri. Mettere in bocca la lingua degli altri e abituarsi a ritmi di vita, a tradizioni di gente differente. Così fu l’avventura di tante comunità di italiani all’estero, che P. Renato accompagna ormai da più di 30 anni. Hanno imparato, così, il senso vero di amare: perdersi e ritrovarsi.
La nostra equipe missionaria si spostava anche in zone di antica emigrazione come le parrocchie di Udine, Pordenone, Castelfranco, S. Donà di Piave. “Si parte sempre con un sogno, – ricordava il missionario – ma poi appena sbarcati una delusione dopo l’altra, una sorpresa ogni giorno, una vita come una vera via crucis. E questo per ogni emigrante sulla terra. Non solo i nostri, quelli che partivano per le Americhe cantando: “Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar!”. Molti alla fine della messa venivano con gli occhi umidi per dire semplicemente “grazie!”. Erano stati all’estero, emigranti.
In questa tournée missionaria infinita erano le sorprese e gli avvenimenti degni di nota che ci capitavano. Segni del cielo. Come a Cervia, la signora Lucia, con un sorriso un po’ imbarazzato, ci apriva le porte di casa ben volentieri per passare la notte. O i treni presi al volo, provvidenzialmente, in un complicato giro di coincidenze, sempre difficili in Italia dati i normali ritardi. O la disponibilità di tassisti improvvisati come Alessandro, Giacomo ed altri. Questi sono angeli, io li definisco, mandati da Dio, come Raffaele a Tobit. Angeli che vengono e scompaiono, lasciandoti dentro, sempre accesa, la luce del dono, segreto. È la mano della Provvidenza, che spunta come raro fiore, nel prato sconosciuto della Vita.
Esperienza missionaria questa, normale e straordinaria allo stesso tempo, ricordando la vita di ogni emigrante. Colui che è sempre alla ricerca di due realtà vitali, essenziali come il pane e la dignità, allo stesso tempo. Ricordando che “la sua patria è il mondo”, come sottolineava monsignor Scalabrini. Non la terra di origine, né quella di accoglienza. Perché la sua vita è sempre una lotta e una danza, al tempo stesso. Qualcosa di duro e qualcosa di grande da vivere.
“Dio attende alla frontiera” era il libro, infine, che attendeva ognuno in fondo alla chiesa, per continuare la riflessione. In realtà, non è un libro. Ma un cammino missionario tra uomini, culture e lingue differenti. Un invito forte a uscire dal nostro “piccolo mondo antico”. Indispensabile oggi per vivere i tempi attuali e ancor più le sfide di domani. “Me lo porto sotto l’ombrellone” diceva qualche turista incuriosito a Cervia “per leggerlo in tranquillità” Bello, anche il mare sa diventare terra di missione! (Fernanda Baratella Foralosso)



